I GENERI DEL CINEMA ITALIANO

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I generi cinematografici italiani di cui parleremo qui e che fanno parte del nostro menù sono per la maggior parte riconducibili al cosidetto “Cinema di genere”.
Cinema di genere è un’etichetta con cui si definisce spesso un certo tipo di cinematografia popolare che faceva uso di elementi fantastici, comici, grossolani o volgari, amati particolarmente dalla massa popolare e che erano considerati di qualità minore e generalmente inferiori dall’élite costituita dalle persone colte.

Dalla fine degli anni cinquanta il cinema italiano nel mondo iniziò ad avere un grande successo e riconoscimento ed una grossa distribuzione. Con questa fase si sviluppò sia il cinema d’arte, che veniva considerato il vero risultato di cui l’Italia avrebbe potuto vantarsi, che quello di genere, molto stimato all’estero ma che in Italia veniva fatto principalmente per sostenere economicamente il cinema d’arte. La caratteristica principale del cinema di genere italiano è il rifarsi al modello sviluppato nei decenni precedenti da Hollywood, modello canonizzato e di successo e di trasfonderlo nel cinema italiano adattandolo ai gusti del pubblico locale e soprattutto ai mezzi di produzione a propria disposizione.

Si pensi al genere peplum che, seppur in Italia aveva avuto già una sua stagione agli albori del cinema con ad esempio Quo vadis? di Enrico Guazzoni nel 1913 o Cabiria di Giovanni Pastrone del 1914, ebbe un incredibile sviluppo a partire dai kolossal hollywoodiani, spesso girati proprio a Cinecittà. Infatti, da tali produzioni venne assimilato il modello di successo e ripetuto in chiave italiana in tutte le sfumature possibili da quella comica (Totò contro Maciste del 1962) a quella horror (Maciste contro il vampiro del 1961 ed Ercole al centro della terra del 1963).

Talvolta, i generi o sottogeneri venivano creati ex novo tramite prestiti e contaminazioni tra generi differenti: così, per esempio, il Decamerotico. Appartengono al cinema di genere anche filoni cinematografici minori ma che hanno la stessa caratteristica di essere generati da un modello canonico riproposto più e più volte finché il pubblico non si stanca: per esempio, le commedie erotico-familiari, il cui capostipite è “Grazie zia” di Samperi, del 1968.

L’affezione per un determinato genere mobilitava un grande pubblico, generalmente di modesta cultura cinematografica, e di solito i film prodotti venivano stroncati dalla critica italiana. Essi erano all’epoca ritenuti dalla critica, dal “cinema intellettuale”, triviali, dozzinali e di poco pregio artistico. In parte ciò era vero in quanto una delle caratteristiche del cinema di genere era di ottenere il massimo riscontro commerciale con il minimo dei mezzi. Ne derivò l’accostamento ai film d’exploitation e ai B-movie. Col passar del tempo alcuni di questi film sono stati completamente rivalutati divenendo, per molti, opere di culto e veri capolavori.

Infatti, la scarsità di mezzi propria dell’industria cinematografica italiana in molti casi costringeva a invenzioni narrative o tecniche geniali e originali. Si pensi alla vena rivoluzionaria della trama di certi spaghetti western, o agli effetti speciali assolutamente artigianali di certi horror italiani (la scena dell’occhio trafitto in Zombi 2). La vena di originalità e inventiva permetteva di rinverdire certi filoni anche dopo l’ennesima replica, con soluzioni veramente geniali. Così, quando il filone degli spaghetti western si pensava fosse ormai al capolinea, ecco che comparve la vena comica e parodistica con la serie di Trinità, che diede immediatamente avvio a un nuovo filone, sempre rimanendo nell’ambito del genere.

I generi sviluppatisi in Italia (RIveduto e ampliato)

 Alcuni generi, per comodità, sono stati uniti tra di loro e altri mancanti aggiunti.

Ecco qui i generi che illustreremo: Commedia all’italiana, Commedia sexy all’italiana, Decamerotico, Horror/Fantascienza, Neorealismo, Peplum, Poliziottesco, Protogiallo, Satirico, Spaghetti western, Spionaggio/Giallo.

COMMEDIA ALL’ITALIANA

Commedia all’italiana è il termine con il quale viene indicato un filone cinematografico sorto in Italia nel corso degli anni cinquanta del Novecento e sviluppatosi nei successivi anni sessanta e settanta. L’espressione fu coniata parafrasando il titolo di uno dei più grandi successi dei primi anni di questo genere cinematografico, il film Divorzio all’italiana del regista Pietro Germi.

Più che un vero e proprio genere, come potrebbe essere il western o il thriller, il termine indica un periodo in cui in Italia venivano prodotte principalmente commedie brillanti, ma con dei contenuti comuni come la satira di costume e l’ambientazione preferibilmente borghese, spesso caratterizzate da una sostanziale amarezza di fondo, che stempera i contenuti comici.

Il genere della commedia all’italiana si discosta infatti nettamente dalla commedia leggera e disimpegnata e dal filone del cosiddetto «neorealismo rosa», in voga fino a tutti gli anni cinquanta poiché, partendo dalla lezione del neorealismo, si basa su una scrittura più schiettamente aderente alla realtà; pertanto, accanto alle situazioni comiche e agli intrecci tipici della commedia tradizionale, affianca sempre, con ironia, una pungente e talvolta amara satira di costume, che riflette l’evoluzione della società italiana di quegli anni. Sono per l’Italia gli anni del boom economico, cui faranno seguito quelli delle conquiste sociali, in cui ebbe luogo un mutamento radicale della mentalità e anche del costume sessuale degli italiani, la nascita di un nuovo rapporto con il potere e con la religione, la ricerca di nuove forme di emancipazione economica e sociale, nel mondo del lavoro, della famiglia e nel matrimonio, tutte tematiche che si rintracciano nei film appartenenti a questo filone.

La commedia all’italiana arriverà persino a toccare, nel corso degli anni settanta, tematiche di attualità sociale più complesse, con opere dal sottofondo tendenzialmente drammatico (ad esempio Detenuto in attesa di giudizio di Nanni Loy o Un borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli).

COMMEDIA SEXY ALL’ITALIANA

La commedia sexy all’italiana è un sottogenere della commedia all’italiana e di vari generi cine-letterari tipicamente italiani, dei quali commistiona vaghe suggestioni e soprattutto luoghi comuni. Nata alla fine degli anni sessanta, ha avuto grande successo in Italia e in Sudamerica per un decennio circa, per poi declinare a partire dal 1982-1983.

Articolati a volte in più episodi, questi film contano numerosi epigoni poiché riscossero nelle sale cinematografiche buoni incassi anche a fronte del crescente successo delle televisioni private a partire dalla metà del decennio. Queste pellicole, che ebbero come protagonisti maschili attori comici quali Lino Banfi, Lando Buzzanca, Renzo Montagnani, Carlo Giuffré, Aldo Maccione, Mario Carotenuto, Alvaro Vitali, Gianfranco D’Angelo, Enzo Cannavale e Bombolo, furono successivamente considerate come dei film cult, oltre che una riflessione riguardante i costumi del popolo italiano. Il filone ebbe inizio grazie all’idea di alcuni noti produttori dell’epoca, tra cui Luciano Martino, considerato uno dei padri del genere.

La commedia sexy all’italiana possiede alcuni caratteri distintivi, in particolare la combinazione di comicità e scene di nudo parziale o totale. Esso rappresentava all’epoca un qualcosa di innovativo nel cinema, considerato anche il periodo della cosiddetta Rivoluzione sessuale nel quale la commedia sexy all’italiana si inserisce. I film erano principalmente pensati per poter incassare il più possibile al botteghino, e ciò sarebbe stato possibile soddisfacendo le necessità di consumatori principalmente di sesso maschile, in un certo senso invogliati dalle scene di nudo (anche se non di sesso esplicito e con completa nudità, tipico della pornografia), che era da pochi anni possibile vedere liberamente al cinema.

Molti film della commedia sexy all’italiana risultano ancora oggi fruibili da parte del pubblico, e sono stati recentemente rivalutati e ricommercializzati in più occasioni.

DECAMEROTICO

Il termine decamerotico (o commedia boccaccesca) viene comunemente usato per raggruppare e descrivere un genere cinematografico costituito da film caratterizzati da uno sfondo erotico che non sconfinava nella pornografia, ambientati di solito nell’Italia tardo-medioevale, caratterizzati dalla narrazione di avventure sessuali che coinvolgevano il clero, l’aristocrazia, o il semplice popolo. Il filone ebbe inizio in Italia con un genere filmico più colto alla fine degli anni ’60 del Novecento, per poi prendere un particolare impulso agli inizi degli anni ’70.

Le origini del genere cinematografico definito come “decamerotico” si possono ricondurre alla temperie della rivoluzione sessuale, con la voglia di portare sul grande schermo il tema dell’eros, visto come espressione artistica e non come volgarità.

I primi passi del genere decamerotico, ancora in nuce, vengono fatti risalire a La mandragola di Alberto Lattuada, regista che ne fu, di fatto, il primo precursore e che per questo motivo, pur non contenendo scene attinenti alla pornografia, ma unicamente alla sfera dell’eros, incorse nei tagli della censura cinematografica, pur riscuotendo un buon successo di critica e riprendendo sostanzialmente un’opera scritta di Niccolò Machiavelli. A questo successo fece seguito nel 1966 Le piacevoli notti di Armando Crispino e Luciano Lucignani, anch’esso ascrivibile al genere decamerotico “colto”.

Il genere esplose e si ramificò in maniera più completa a partire dal decennio successivo e precisamente si esplicò in una cinquantina di film realizzati in Italia tra il 1972 e il 1976; l’apice produttivo del filone fu il 1972, quando furono distribuite in Italia oltre trenta pellicole solo su questo tema di cui la più famosa fu indubbiamente Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda di Mariano Laurenti (1972), con Pippo Franco, Edwige Fenech e Karin Schubert, uno dei capostipiti del genere che riscosse un successo straordinario, soprattutto per merito del suo leggendario titolo. La diffusione di questo genere cinematografico è da ricondursi all’inaspettato successo popolare che ebbero, nei primi anni 1970, tre film di Pier Paolo Pasolini appartenenti alla cosiddetta “trilogia della vita”: Il Decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972) e Il fiore delle Mille e una notte (1974).

Essi raffiguravano scene di vita condite da corpi seminudi e scene di sesso che, seppur oggi possono considerarsi innocenti, all’epoca suscitarono scandalo e allo stesso tempo portarono buoni incassi al botteghino.

Dal successo dei film pasoliniani alcuni registi contemporanei presero spunto per girare film comico-erotici di ambientazione storica, di minore impegno artistico (spesso b-movie), che oggi generalmente vengono collocati all’interno del macrofilone della commedia erotica all’italiana.

HORROR & FANTASCIENZA

HORROR

Il cinema dell’orrore in Italia si sviluppò durante la seconda metà degli anni cinquanta. Sebbene non abbia mai seguito un percorso unitario e, salvo eccezioni, abbia sofferto i limiti produttivi propri del cinema alternativo e underground, esso ha comunque esercitato nel tempo un’influenza duratura sul cinema estero e suscitato in alcune circostanze l’interesse e giudizi positivi da parte della critica internazionale. Fra i più celebri registi del filone horror all’italiana vanno citati Mario Bava e Dario Argento.

Sebbene esistano degli antecedenti (Il mostro di Frankenstein del 1920 e Il caso Haller del 1933), il cinema gotico prese piede in Italia soltanto lungo la fine degli anni cinquanta, quando alcuni cineasti specializzati nel cinema di genere iniziarono a produrre film in cui è presente una tendenza al sovrannaturale e al tetro fino a quel momento lontana dal gusto dominante degli abitanti del Belpaese. La prima vera e propria pellicola di gotico italiano fu I vampiri di Riccardo Freda del 1957, dai connotati fantascientifici e con una trama che cita tanto il genere poliziesco quanto il realismo all’italiana. Sempre Freda diresse, due anni più tardi, Caltiki il mostro immortale, ispirato al fortunato Fluido mortale con Steve McQueen. Mario Bava, che era stato fino a quel momento un addetto alla fotografia nei film di Freda, esordì alla regia con La maschera del demonio del 1960. Il film è tratto da Vij di Gogol e affronta il tema della sessualità in maniera morbosa non disdegnando riferimenti al voyeurismo e alla necrofilia. La maschera del demonio viene considerato uno dei capolavori dell’intero filone horror italiano, nonché una pietra miliare del barocchismo gotico: da esso, Freda trasse ispirazione per realizzare L’orribile segreto del dr. Hichcock (1962) e Lo spettro (1963). Mario Bava proseguirà la sua carriera di regista dell’horror con altre pellicole dai contenuti thriller e fantascientifici come I tre volti della paura (1963), Terrore nello spazio (1965), che ispirerà il Ridley Scott di Alien e Reazione a catena (1971), considerato la pietra d’angolo di tutto il genere slasher. A confermare l’improvvisa ondata di popolarità del genere orrorifico nella penisola vi furono altre pellicole firmate da Renato Polselli (L’amante del vampiro, 1960) e Giorgio Ferroni (Il mulino delle donne di pietra, 1960), così come diversi esempi di film peplum fra cui Ercole al centro della Terra (1961) di Bava e Maciste all’inferno (1962) di Freda. Pupi Avati esordì alla regia con Balsamus, l’uomo di Satana (1968) e Thomas e gli indemoniati (1969). Dopo questi due esempi di cinema paranormale, tornerà anni dopo con La casa dalle finestre che ridono (1976), che strizza un occhio al folklore dei popoli della pianura padana.

Il cinema dell’orrore italiano degli anni settanta e ottanta era ispirato al teatro del Grand Guignol e dai movimenti giovanili contro l’establishment e i tabù e si confermò fra i più influenti ed estremi dell’epoca. Con Profondo rosso del 1975, Dario Argento sancì la definitiva rottura con il genere giallo delle sue prime opere con un film che sfrutta le paure derivanti da un immaginario infantile inquietante. Due anni più tardi tornò con Suspiria, un’altra opera destinata a ottenere ottimi riscontri di critica e pubblico e in cui sperimentò effetti innovativi con l’illuminazione. La proficua distribuzione estera rende degno di nota L’Anticristo (1974) di Alberto De Martino e con Carla Gravina, e ispirata a L’esorcista (1973), racconta la storia di Ippolita Oderisi, analizzando la forte sofferenza interiore che la renderà preda facile per il demonio. Altrettanto fortunato fu il regista Lucio Fulci, secondo il quale l’orrore non deve essere un portatore di messaggi sociopolitici quanto, piuttosto, un’esperienza visiva e sensoriale. Dopo aver diretto Zombi 2, destinato ad ottenere un grande successo di pubblico, Fulci tornò sul genere gotico con …e tu vivrai nel terrore! – L’aldilà (1981), rivisitazione gore di Amityville Horror, e Quella villa accanto al cimitero (1981). Il controverso Cannibal Holocaust (1980) di Ruggero Deodato inventò il found footage. Fra gli ultimi esempi di horror realizzati in Italia vi sono Shadow (2009) e The Nest (2019).

A differenza di ciò che avviene in molti in altri Paesi in cui si predilige l’elemento fantastico e sovrannaturale, nel cinema gotico italiano sono solitamente l’elemento umano e la sua psicologia all’origine del male. Il cinema gotico italiano ha inoltre costruito una sua identità con il tempo: è solitamente elegante, attento nelle scelte dei costumi e delle ambientazioni, è fortemente espressionista, sanguinolento e dal grande impatto colorista. Oltre a non escludere sempre elementi degli fantascientifici, l’horror all’italiana tende a valorizzare la figura femminile che assume, a seconda dei casi, il ruolo di donna fatale, carnefice o amante diabolica, ma anche quello di fanciulla indifesa o vittima sacrificale.

FANTASCIENZA

Il cinema italiano di fantascienza è, con alcune eccezioni, un filone cinematografico di intrattenimento popolare, caratterizzato da pellicole nate sulla scia di film statunitensi di successo ma con un budget notevolmente ridotto. Alcuni di questi film realizzati in Italia, pur essendo considerati dei film di serie B, sono stati apprezzati anche all’estero, grazie all’inventiva e all’ingegnosità di registi ed esperti di effetti speciali come Antonio Margheriti (Anthony M. Dawson) e Mario Bava, che si distinsero rispettivamente nei filoni dell’avventura spaziale e del fanta-horror.

La prima pellicola drammatica italiana di genere fantascientifico è del 1958, tuttavia si può fare risalire il filone già agli anni venti-trenta del Novecento con commedie fantastico-fantascientifiche. La cinematografia fantastica/fantascientifica italiana è infatti caratterizzata dalla frequente commistione tra generi diversi, in particolare con l’horror.

Vi sono stati anche registi del cinema d’autore che, occasionalmente, si sono cimentati con il fantascientifico: tra questi Elio Petri (1965), Marco Ferreri (1966, 1969), Ugo Tognazzi (1979), Pupi Avati (1983) e Gabriele Salvatores (1997). Questi registi hanno trovato nei temi fantascientifici un’affinità con le questioni da loro trattate in altre opere, riproponendo la propria visione del mondo.

Oltre ai registi, vi sono stati alcuni cineasti italiani che, fuori dei confini nazionali, hanno contribuito a realizzare numerose pellicole di genere fantascientifico di livello internazionale: tra questi il creatore di effetti speciali Carlo Rambaldi (premiato per tre volte con l’Oscar) e il produttore cinematografico Dino De Laurentiis (due Oscar).

Dovendo stabilire una data precisa per la nascita della fantascienza italiana al cinema, molti indicano il 1958, anno in cui esce La morte viene dallo spazio, un film girato da Paolo Heusch che racconta la minaccia al pianeta Terra costituita da una pioggia di asteroidi, anticipando il filone dei film catastrofici. Si tratta della prima pellicola italiana drammatica, non farsesca, ascrivibile al genere; in essa per la prima volta la trama fantascientifica viene portata in primo piano anziché fare da sfondo. La seconda metà degli anni cinquanta è un periodo aureo per la science fiction cinematografica d’oltreoceano e Heusch si inserisce in un filone di chiara origine statunitense; fotografia ed effetti speciali sono di Mario Bava (il più creativo ideatore italiano di effetti assieme a Carlo Rambaldi). Coproduzione italo-tedesca, La morte viene dallo spazio contiene già una chiara critica alla proliferazione delle armi nucleari da parte delle superpotenze. Grazie al successo ottenuto, il film viene distribuito anche negli Stati Uniti. La pellicola secondo la critica “pur rimanendo confinata (…) nel catastrofismo prima maniera”, si colloca “ben al di sopra della media nel confronto con analoghe produzioni contemporanee – anche americane – per la cura e la validità con cui sono realizzate ambientazioni, scenografie ed effetti.”

Non va tuttavia dimenticata l’esistenza di alcuni film fantastico-fantascientifici anche molto precedenti al 1958, non ascrivibili al genere drammatico ma più che altro alla commedia. Considerando anche le pellicole brillanti, l’esordio della cinematografia italiana nella fantascienza è dunque retrodatabile fino al 1910, con il cortometraggio Un matrimonio interplanetario di Enrico Novelli (Yambo), una commedia che narra la storia di un amore tra un terrestre e una bella marziana, innescato da un’osservazione al telescopio e nutrito da segnali radiotelegrafici.

Tra le prime espressioni della fantascienza cinematografica – non solo italiana ma europea – viene talvolta citato anche Le avventure straordinarissime di Saturnino Farandola del 1913, un film comico fantastico girato a Torino, interpretato e diretto da Marcel Fabre e tratto dal romanzo di Albert Robida, un’avventura sul modello dei “viaggi straordinari” di Verne ma senza alcuna pretesa scientifica. Anche un film perduto del 1920, Il mostro di Frankenstein per la regia di Eugenio Testa, primo film dell’orrore italiano, si può considerare a sua volta una delle primissime pellicole di fantascienza in Italia, dato che nella trama, secondo Mereghetti, “uno scienziato riesce a fabbricare un uomo con una formula chimica di sua invenzione, ma la creatura si ribella al suo creatore e commette ogni sorta di disastri fino a quando sarà ridotto all’impotenza” (dunque il meccanismo narrativo è innescato da un elemento scientifico e/o tecnologico).

NEOREALISMO

Il neorealismo è stato un movimento culturale, nato e sviluppatosi in Italia durante il secondo conflitto mondiale e nell’immediato dopoguerra, che ha avuto dei riflessi molto importanti sul cinema contemporaneo (soprattutto negli anni compresi tra il 1943 e il 1955 circa). Se esiste univocità di giudizi, o quasi, sull’anno in cui ha avuto inizio il fenomeno del neorealismo propriamente detto si fa canonicamente risalire al 1943, allorquando venne presentato al pubblico italiano il capolavoro di Visconti “Ossessione”. Le certezze vengono però meno al momento di stabilirne la durata.

Il cinema neorealista è caratterizzato da trame ambientate in massima parte fra le classi disagiate e lavoratrici, con lunghe riprese all’aperto, e utilizza spesso attori non professionisti per le parti secondarie e a volte anche per quelle primarie. I film trattano soprattutto la situazione economica e morale del dopoguerra italiano, e riflettono i cambiamenti nei sentimenti e le condizioni di vita: speranza, riscatto, desiderio di lasciarsi il passato alle spalle e di cominciare una nuova vita, frustrazione, povertà, disperazione.

Per una maggiore fedeltà alla realtà quotidiana, nei primi anni di sviluppo e di diffusione del neorealismo i film vennero spesso girati in esterno, sullo sfondo delle devastazioni belliche; d’altra parte, il complesso di studi cinematografici che era stato, dall’aprile del 1937, il centro della produzione cinematografica italiana, ossia Cinecittà, fu occupato nell’immediato dopoguerra dagli sfollati, risultando quindi temporaneamente indisponibile ai registi.

Il movimento si sviluppò intorno a un circolo di critici cinematografici che ruotavano attorno alla rivista Cinema, fra cui Michelangelo Antonioni, Luchino Visconti, Gianni Puccini, Giuseppe De Santis, e Pietro Ingrao. Lungi dal trattare temi politici (il direttore della rivista era Vittorio Mussolini, figlio di Benito Mussolini), i critici attaccavano i film ascrivibili al genere dei telefoni bianchi, che al tempo dominavano l’industria cinematografica italiana. In opposizione alla scarsa qualità dei film commerciali, alcuni critici ritenevano che il cinema dovesse rivolgersi agli scrittori veristi di inizio secolo.

I neorealisti furono molto influenzati dal realismo poetico francese, sebbene la definizione di “neo”-realismo in ambito cinematografico sia nata con riferimento al realismo degli anni venti di certe pellicole del muto. Di fatto, sia Luchino Visconti sia Michelangelo Antonioni lavorarono come aiuto registi in Francia, il primo nel 1939 con Jean Renoir e il secondo nel 1942 con Marcel Carné. Inoltre molti registi neorealisti erano maturati lavorando su film calligrafisti, sebbene questo breve movimento fosse notevolmente diverso dal neorealismo. Elementi di neorealismo sono rintracciabili anche in alcune opere di Alessandro Blasetti e nei film documentari di Francesco De Robertis. Secondo alcuni critici, i due più significativi lungometraggi che negli anni trenta anticiparono alcuni aspetti del neorealismo, furono “Toni” (Renoir, 1935) e “1860” (Blasetti, 1934) cui seguirono, all’inizio del decennio successivo, “Uomini sul fondo” (Francesco De Robertis, 1941), “4 passi fra le nuvole” (Blasetti, 1942), “I bambini ci guardano” (Vittorio De Sica, 1943, primo di una serie di film realizzati in collaborazione con lo sceneggiatore Cesare Zavattini).

Il primo film che viene considerato dalla maggior parte dei critici pienamente ascrivibile al genere è tuttavia il protogiallo “Ossessione” (1943), di Luchino Visconti. Il Neorealismo acquistò però risonanza mondiale nel 1945, con “Roma città aperta”, primo importante film uscito in Italia nell’immediato dopoguerra. Il lungometraggio narra, con accenti fortemente drammatici, la resistenza della popolazione contro l’occupazione tedesca di Roma (anche i bambini, nel film, prendono parte a tale lotta con azioni di sabotaggio).

Altro film importante dell’epoca fu “Sciuscià” (1946) di Vittorio De Sica, primo di una serie di film neorealisti realizzati dal regista, fra cui spiccheranno, poi, “Ladri di biciclette” (1948), “Miracolo a Milano” (1951) e “Umberto D.” (1952).

Al culmine del neorealismo, nel 1948, Luchino Visconti adattò I Malavoglia, il celeberrimo romanzo di Giovanni Verga scritto nel pieno del Verismo, il movimento del XIX secolo che fu per tanti aspetti la base del neorealismo. Ne ammodernò il soggetto, apportando modifiche straordinariamente piccole alla trama o allo stile originale. Il film che ne risultò, La terra trema, fu interpretato solo da attori non professionisti e fu girato nel medesimo paese, Aci Trezza, frazione di Aci Castello (Catania), dove il romanzo era ambientato. Poiché il film venne girato in lingua siciliana, esso fu sottotitolato anche nella versione originale italiana.

Il neorealismo propriamente detto si esaurì attorno alla metà degli anni cinquanta, influenzando sensibilmente alcuni registi successivi, fra cui Pier Paolo Pasolini, che nei primi anni sessanta diresse alcuni film apparentemente ascrivibili al genere, anche se l’attenzione al picaresco in quel momento era evidente e apertamente dichiarata. Il contenuto neorealista fu allora nella rappresentazione, spettacolare e forse documentaria, ma comunque accessoria, di alcuni elementi della vera vita comune in Italia dopo il cosiddetto “boom” degli anni sessanta.

L’eredità del neorealismo fu raccolta, durante gli anni ottanta, anche dai registi Claudio Caligari in Amore tossico[4] del 1983 e Nico D’Alessandria ne L’imperatore di Roma[5] del 1987. Entrambi i registi realizzarono dei film sulla tossicodipendenza nel contesto romano avvalendosi di attori non professionisti, persone che erano tossicodipendenti durante la lavorazione dei film o che lo erano state.

PEPLUM

Il peplum (o sword and sandal, cioè spada e sandalo, una definizione più comune in lingua inglese) è un sottogenere cinematografico dei film storici in costume, che comprende sia il genere dei film d’azione sia quello fantastico, entrambi ambientati in contesti biblici o nel periodo della Grecia antica o della civiltà romana.

Le maggiori produzioni di questo genere cinematografico vennero realizzate già negli anni dieci del XX secolo, e successivamente a partire dagli anni cinquanta. Tra la fine degli anni quaranta e i cinquanta il genere si sviluppò soprattutto negli Stati Uniti d’America, raggiungendo l’apice negli anni sessanta, per poi essere abbandonato nel decennio successivo.

Il filone utilizza elementi storici o mitologici. Il nome deriva dalla parola greca, mutuata dal latino, che indica una tunica femminile greca, il peplo, semplice da realizzare ed apprezzata dai reparti costume di questi film, molti tra questi a basso costo. Scendendo maggiormente nello specifico, il sottogenere cinematografico “spada e sandalo” indica di solito un film a basso costo, che ha per argomento gesta eroiche o mitologiche.

Generalmente tali film sono basati sulla storia e sulla mitologia greco-romana, o sulle culture circostanti dell’età antica (egizi, assiri, etruschi, micenei). Si parla in questo caso di “epopee peplum”.

Le trame incrociate e sincretiche, che legano improbabili compresenze di miti ed eroi, il dialogo fuori sincrono, la recitazione legnosa dei forzuti personaggi, uniti ai primitivi effetti speciali che ritraggono mostri, divinità e creature leggendarie sono le principali caratteristiche di questo genere che contribuivano a conferire ai film un certo fascino.

Il genere del film storico in costume nacque in Italia all’inizio del XX secolo. A partire dai primi anni del cinema italiano le tematiche classiche ed evangeliche fecero sviluppare il filone del film storico in proiezione kolossal. Molti furono i romanzi d’appendice della fine Ottocento che furono tradotti al cinema: Gli ultimi giorni di Pompei, Quo vadis?, o che ne ebbero una paternità letteraria (Cabiria). Gli esempi citati sono i modelli più famosi che, loro malgrado, generarono i “peplum”, ovvero rifacimenti a basso costo di altre produzioni, con riciclaggio di personaggi e scenografie.

L’ambientazione classica e la serialità fecero di questa parte del cinema italiano all’avanguardia, che già allora era la più rappresentativa e studiata nel mondo. Il grande regista David Wark Griffith, uno dei padri del cinema statunitense, studiò proprio “Cabiria”, capolavoro kolossal del 1914, per preparare le scene in costume del suo Intolerance.

In Italia negli anni cinquanta questo genere occupava in gran parte quella fetta di mercato di film d’evasione che sarebbe stata poi conquistata dallo spaghetti-western. Gli eroi mitologici, letterari o biblici, assimilati ad alcuni gladiatori, erano i personaggi preferiti: Ercole, Giasone e gli Argonauti, oppure il famoso Maciste nato dall’estro di Gabriele D’Annunzio.

Queste pellicole riuscirono a convincere la critica e a riscuotere un buon successo di pubblico, al punto da convincere i produttori italiani ad investire nel genere. Vennero quindi prodotte alcune opere che si caratterizzano per una particolare serietà della trama (cosa che sarà rapidamente perduta nel decennio successivo) e per una qualità complessivamente accettabile, o addirittura ammirabile in alcuni casi, come per “Ulisse”, in cui il ruolo del protagonista era affidato al celebre attore statunitense Kirk Douglas. Nel 1959 venne girato “Le fatiche di Ercole” di Pietro Francisci interpretato da Steve Reeves e Sylva Koscina; il film, tecnicamente non eccelso ma comunque godibile, ottenne un grande successo di pubblico, dando inizio al massiccio sfruttamento degli eroi muscolosi dell’antichità. L’anno successivo infatti uscì il seguito “Ercole e la regina di Lidia”, che riuscì a ripetere il successo di pubblico del precedente capitolo, mantenendo uno standard di qualità accettabile.

La prima metà degli anni sessanta fu il periodo di maggiore sfruttamento del genere peplum in Italia, con altre produzioni incentrate sul personaggio oramai già lanciato di Ercole. Questi film venivano girati da registi e produttori diversi, a volte anche contemporaneamente, e questo ha portato in breve tempo ad un accumulo di avvenimenti nelle pellicole che spesso si contraddicono tra di loro.

Sull’onda dei successi di Ercole venne recuperato dagli anni venti il personaggio di Maciste, su cui si svilupperà un filone che comprende una ventina di opere spesso in totale disaccordo tra di loro. Un altro nuovo personaggio di nome Ursus verrà coniato sulla falsariga dei suoi due predecessori per incarnare l’ideale del “muscoloso eroe senza macchia e senza paura” e usato in una serie di pellicole. Lo sfruttamento degli eroi classici non lascerà indenni neanche i personaggi biblici come Sansone e Golia: entrambi i personaggi verranno stravolti nelle loro caratteristiche originali nel corso delle rispettive saghe per poter meglio incarnare gli ideali del “paladino dei deboli”.

Oltre ai film sui forzuti venivano realizzate parallelamente altre pellicole riguardanti storie di amori e di battaglie tra il reale e il mitologico; anche alcune di queste produzioni raggiunsero un buon livello qualitativo (Arrivano i titani di Duccio Tessari o Le sette folgori di Assur di Silvio Amadio, entrambi del 1962), ma il continuo peggioramento della qualità delle opere maggiormente in voga (quelle sui forzuti) rovinò anche i pochi tentativi di realizzare opere più ambiziose.

Tra il 1960 e il 1965 furono distribuiti non meno di una decina di film peplum ogni anno. Molti di questi avevano per protagonista Maciste, Ercole, Sansone o Ursus. La serrata e spietata concorrenza che gli eroi si facevano l’un l’altro limitava gli incassi elargiti da un pubblico sempre più provato e stanco di trame che tendevano a ripetersi. Ben presto gli appassionati, non potendosi permettere economicamente di andare a vedere tutti i film di ciascuno di questi guerrieri, scelsero ognuno il proprio favorito, decidendo di andare a vedere esclusivamente le avventure del loro paladino, cancellando definitivamente la possibilità di realizzare peplum alternativi a questo sottogenere: “Io, Semiramide” è l’ultimo tentativo di realizzare film peplum alternativi a quelli dei forzuti. Non ebbe successo di pubblico e critica a causa dello scarso budget.

Le prime recessioni negli incassi diedero inizio ad un circolo vizioso, costringendo i produttori e i registi ad abbassare i budget e quindi abbassando la qualità tecnica delle opere. Ciò causò il progressivo abbandono del genere da parte degli appassionati e una conseguente ulteriore riduzione degli incassi. Per cercare di far fronte alla crisi gli autori ricorsero a discutibili scelte artistiche, facendo convivere due o più forzuti nello stesso film nella speranza di attirare i fan di entrambe le saghe, per poter moltiplicare gli incassi. Il caso limite si ebbe nel 1964 con la realizzazione di “Ercole, Sansone, Maciste e Ursus gli invincibili” diretto da Giorgio Capitani in cui tutti i quattro forzuti condivisero la scena di un’unica pellicola.

Nel 1965 vennero distribuiti altri film ma nessuno di questi riscosse il minimo successo e i produttori riuscirono a malapena a recuperare i pochissimi soldi spesi per la produzione; altri vennero prodotti, ma non trovarono mai un distributore disposto a rischiare nell’operazione. Messi con le spalle al muro, anche i produttori più fedeli al genere peplum preferirono concentrarsi sul nuovo filone che si stava diffondendo: lo spaghetti western: indicativo in questo senso il film Sansone ed il tesoro degli incas, e secondariamente “Zorro contro Maciste” (nonostante, in realtà Zorro si situi a cavallo fra il ‘700 e l’ ‘800, quando in Europa dominava Napoleone; e considerando che Zorro è in minima parte da considerarsi western).

POLIZIOTTESCO

Il poliziottesco, conosciuto anche come poliziesco all’italiana, è stato un genere cinematografico italiano in voga fra la metà degli anni sessanta ed i primi anni ottanta del XX secolo, che ha toccato il culmine alla metà degli anni settanta. Le tematiche si basavano generalmente su indagini di polizia che prendevano sovente spunto da fatti di cronaca nera dell’epoca per svilupparli in chiave enfatica, spesso in senso critico o demagogico.

Il punto di partenza del poliziottesco è dato, probabilmente, dal film di Carlo Lizzani “Svegliati e uccidi” (1966), con Robert Hoffmann nella parte del criminale milanese Luciano Lutring. Altri episodi solitamente annoverati tra gli albori del genere sono “Banditi a Milano” (1968), sempre diretto da Lizzani, con Tomas Milian nel ruolo di un commissario napoletano dalla colorita umanità e Gian Maria Volonté nel ruolo del criminale torinese Pietro Cavallero, “La polizia ringrazia” di Stefano Vanzina (meglio conosciuto con lo pseudonimo di Steno) del 1972, con Enrico Maria Salerno, vagamente ispirato alla vicenda del Golpe Borghese, e soprattutto “La polizia incrimina, la legge assolve” di Enzo G. Castellari del 1973 con protagonista Franco Nero, che codificò definitivamente il genere. Il poliziottesco riscosse grande successo tra il pubblico (sia italiano che internazionale) per tutti gli anni settanta e fino al 1981, allorché il filone si esaurì e vide cessare quasi completamente la produzione di pellicole di questo tipo.

questri di persona, criticità del sistema giudiziario, molte delle quali ancor oggi di attualità.

Sul piano politico, benché i film poliziotteschi siano spesso intrisi di un alto grado di qualunquismo (anche se non mancano caratterizzazioni di destra e di sinistra), il genere deve molto al cosiddetto cinema di impegno civile italiano, portato alla ribalta da autori come Marco Bellocchio, Francesco Rosi, Florestano Vancini, Elio Petri, Giuliano Montaldo e Damiano Damiani (questi ultimi che si cimenteranno direttamente con il filone).

I protagonisti dei poliziotteschi sono quasi sempre commissari di polizia sui generis: incompresi dai propri superiori, talora anarcoidi ma essenzialmente onesti, spinti da sincera generosità e da una innegabile dedizione alla propria missione di giustizia. Di indole violenta, essi sono quasi sempre inclini, per raggiungere i propri scopi, a utilizzare gli stessi metodi e ad abbassarsi allo stesso livello dei delinquenti e dei terroristi che si proponevano di combattere, e che insanguinavano l’Italia negli anni di piombo. Per nulla moralisti, distinguono spesso tra chi ruba per vivere (arrivando a tollerarlo) e chi intende apertamente danneggiare il prossimo.

Più raramente, il ruolo di protagonisti era affidato a comuni cittadini che, dopo esser stati vittime di qualche episodio criminoso (rapine, pestaggi, sequestri, omicidi di persone care) e aver toccato con mano le inefficienze dell’ordinamento giuridico italiano, decidono di farsi giustizia da sé, divenendo una sorta di vendicatori, agendo talora essi stessi con metodi criminali, e subendo perciò la sanzione delle forze dell’ordine. Esempi di questo tipo sono “Il cittadino si ribella”, “Il giustiziere sfida la città” e “L’uomo della strada fa giustizia”.

Un importante sottogenere, che riscosse almeno altrettanto successo di pubblico, fu il poliziottesco comico, lanciato dal personaggio, nato nel 1976 da un’idea di Bruno Corbucci e Mario Amendola, di Nico Giraldi detto Nico Er Pirata, il colorito poliziotto, connotato da una forte carica romanesca, interpretato da Tomas Milian e doppiato da Ferruccio Amendola. La saga del commissario Giraldi non va confusa con quella che ha per protagonista il “delinquente buono” Sergio Marazzi detto “Er monnezza”, sempre interpretato da Tomas Milian (ed anch’esso doppiato da Ferruccio Amendola), caratterizzato anch’egli da una spiccata romanità, i cui film, pur avendo anch’essi alcune componenti comiche, vanno però annoverati come poliziotteschi drammatici.

Il poliziottesco comico annovera una vena napoletana con il commissario Rizzo detto Piedone, interpretato da Bud Spencer (film a metà strada tra la commedia e il poliziesco).

PROTOGIALLO

Già nei primi anni 10 del Novecento la produzione cinematografica italiana include un nutrito numero di pellicole con marcati elementi riconducibili a quello che diverrà il giallo all’italiana, trasposte da opere letterarie o teatrali, quando non basate su sceneggiature inedite: “La mano della morta” del 1916, “Il triangolo giallo” e “La banda dei rossi” ne sono alcuni esempi. Le trasposizioni in pellicola di opere letterarie firmate da pionieri del romanzo giallo italiano, come Carolina Invernizio, Emilio De Marchi, Giulio Piccini, Remigio Zena, Luigi Natoli, Arturo Olivieri Sangiacomo, Matilde Serao, Salvatore Farina e altri, porranno le basi per la strutturazione di un gusto popolare che, nel 1929, indurrà la casa editrice Arnoldo Mondadori Editore a lanciare la collana I libri gialli fornendo così le basi per ulteriori trasposizioni dal romanzo al film, grazie anche ad altri giallisti abili e prolifici come Alessandro Varaldo, Alessandro De Stefani, Tito A. Spagnol, Augusto De Angelis, Ezio D’Errico e Franco Enna.

La produzione cinematografica s’intensifica ulteriormente con l’avvento del sonoro, rafforzandone le precondizioni stilistiche negli anni 40 e 50. Film come “Corte d’Assise”, “Grattacieli”, “Stasera alle undici” e “Joe il rosso” saranno seminali nella tipizzazione, allorché pellicole successive come “Ai margini della metropoli”, “Un maledetto imbroglio”, “Il bivio”, “Persiane chiuse”, “Operazione Mitra”, “Terrore sulla città”, “Cronaca di un delitto” e “Pensione Edelweiss”, solo per citarne alcuni, costituiranno un linguaggio cinematografico nitido, il protogiallo per l’appunto, che sfocerà nel 1963 nella nascita formale del genere giallo all’italiana.

SATIRICO

La satira (dal latino satura lanx: il vassoio vuoto riempito di primizie in offerta agli dei) è un genere della letteratura, delle arti e, più in generale, di comunicazione, caratterizzata dall’attenzione critica ai vari aspetti della società, mostrandone le contraddizioni e promuovendo il cambiamento. La satira mira a far ridere criticando i personaggi e deridendoli in argomenti politici, sociali e morali. La satira si distingue dalla comicità e dallo sfottò (la presa in giro bonaria), nei quali l’autore non ricorda fatti rilevanti e non propone un punto di vista ma fa solo del “colore”.

La satira nel cinema italiano è abbinata al genere della commedia all’italiana (a cui vi rimandiamo) e quasi ami abbinata ad altri generi. La commedia all’italiana, è stato un riuscito tentativo di far emergere la denuncia sociale non più attraverso il pathos drammatico del neorealismo, ma con l’umorismo, la satira, la deformazione grottesca.

La caratteristica principale della commedai all’italiana, negli anni sessanta/settanta doveva essere la critica sociale e di costume, ambientata in un paese che andava mutando rapidamente.

Tra i film, del cinema italiano, che dietro la loro vena comica nascondevano una denuncia sociale, troviamo: “I soliti ignoti” di Monicelli del 1958, ma già un film dello stesso regista del 1951, “Guardie e ladri” con Totò e Fabrizi, “Lo Sceicco bianco” (1952) e “I vitelloni” (1953) del giovane Fellini o “Un americano a Roma” di Steno, tutti interpretati dall’attore più rappresentativo del filone, Alberto Sordi, il quale creò la maschera di questo tipo di commedia: il mediocre ambizioso, gradasso e pusillanime, opportunista e fallimentare, capace comunque di un ultimo scatto d’orgoglio.

Oltre alla satira della realtà sociale, la commedia all’italiana ha fatto satira anche sulla storia della patria e della guerra, come in “L’armata Brancaleone” di Monicelli (1966) o come “Nell’anno del Signore” di Magni (1969), arrivando a criticare il potere temporale e la Chiesa (ma non è una novità nel cinema italiano).

Troviamo poi i film che ironizzano sulle guerre mondiali e sul ventennio “La Grande Guerra” di Monicelli, “Tutti a casa” di Comencini, “La marcia su Roma” di Risi e “Il Federale” di Salce.

La satira maggiormente utilizzata dal cinema fu quella sugli anni del boom economico, qui troviamo: “Il sorpasso” (1962), “I mostri” (1963) e “L’ombrellone” (1965), tutti di Dino Risi, e “Divorzio all’italiana” (1962), “Sedotta e abbandonata” (1964), “Signore & signori” (1965) di Pietro Germi.

Finto il boom economico il cinema si butto sulle cronache dell’epoca e sul sistema sociale: “La grande abbuffata” del 1973 di Ferreri e “Amici miei” del 1975 di Monicelli, “C’eravamo tanto amati” del 1974 e “La Terrazza” del 1980 di Scola, “ll medico della mutua” diretto da Zampa nel 1968, “In nome del popolo italiano” di Risi e “Detenuto in attesa di giudizio” di Loy del 1971, “Un borghese piccolo piccolo” di Monicelli (1977).

SPAGHETTI WESTERN

Il western all’italiana (noto anche come spaghetti western) è un genere di film western di produzione italiana negli anni sessanta e settanta con la partecipazione spesso di attori di valore ancora agli albori della loro carriera e che successivamente sarebbero divenute star internazionali. Tali film erano girati generalmente in Italia o in Spagna e, in rari casi, in altri paesi del Mediterraneo.

L’espressione “spaghetti western” nacque negli Stati Uniti d’America e stava inizialmente a indicare dei lungometraggi girati in italiano, con budget ridotti e povertà di mezzi, secondo le convenzioni dei primi western, in parte intenzionalmente, in parte come conseguenza della limitatezza delle risorse finanziarie. Nonostante un’iniziale diffidenza, il genere si andò sempre più imponendo presso il grande pubblico, mentre la critica si limitò per lungo tempo a riconoscere unicamente il valore di quello che fu il massimo esponente e maestro indiscusso del genere, il regista Sergio Leone (e di un pugno di attori impegnati nei suoi film). Costui, fin dai suoi primi lungometraggi, si era guadagnato infatti la stima e il rispetto dei propri colleghi statunitensi e una crescente popolarità presso le platee d’oltreoceano e internazionali.

Il primo western italiano fu “Una signora dell’Ovest” del 1942, girato da Carl Koch, poi troviamo parodie del genere americano quali “Il fanciullo del West” del 1942 di Giorgio Ferroni ed “Il bandolero stanco” del 1952 di Fernando Cerchio, con protagonisti rispettivamente Erminio Macario e Renato Rascel.

I film più conosciuti, probabilmente gli archetipi del genere, sono quelli della cosiddetta trilogia del dollaro, diretti proprio da Sergio Leone, con Clint Eastwood (che diede vita al ruolo dell’Uomo senza nome) e le celeberrime colonne sonore di Ennio Morricone (tre nomi che divennero sinonimi del genere stesso): “Per un pugno di dollari” (1964), “Per qualche dollaro in più” (1965) e infine “Il buono, il brutto, il cattivo” (1966). Quest’ultimo è senza dubbio uno dei western più famosi di tutti i tempi e godette, relativamente agli altri film, di un budget atipicamente alto: quasi un milione di dollari. A questa trilogia Leone aggiunse poi il capolavoro monumentale “C’era una volta il West” (1968), un affresco nostalgico sull’epopea del West al tramonto, in cui i personaggi acquistano un maggiore spessore umano e la magistrale abilità tecnica e narrativa del regista si fonde con un soggetto ricco di significati, incontrandosi idealmente con le tematiche crepuscolari del nuovo western statunitense.

SPIONAGGIO/GIALLO

SPIONAGGIO

Il cinema di spionaggio all’italiana comprende tutti quei film prodotti principalmente nella metà degli anni sessanta, che nascevano in Europa sulla scia del successo dei film di James Bond.

L’Italian Spy è stato prodotto a metà degli anni sessanta nell’ambito del cinema di genere, con film a basso costo e B-movie, all’ombra di altri due generi: il peplum prima e gli spaghetti western poi. Il primo vero film di questo genere è “Tra un bacio e una pistola”, mediometraggio del 1960, diretto da Corrado Farina.

L’utilizzo della sigla 007 era stato vietato ai produttori, ecco allora nascere gli agenti 077, 070, 777 e via dicendo, passando per 001, 008 e 009.

All’interno del sottogenere si creano vere e proprie serie, come ad esempio quella del personaggio “OSS 117” del regista André Hunebelle, ispirato al personaggio ideato da Jean Bruce o il simpatico personaggio di Jo Walker (in originale Kommisar X), portato al cinema da Gianfranco Parolini e interpretato da Tony Kendall, pseudonimo dell’italiano Luciano Stella. Altri personaggi seriali sono lo 077 interpretato da Ken Clark e il suo omonimo 077 interpretato da Richard Harrison, l’agente 3S3 dei film di Sergio Sollima e la serie francese dell’agente Coplan.

Tra i non molti precursori del genere spionistico in Italia ben prima degli anni sessanta, il film del 1938 “Lotte nell’ombra” di Domenico Gambino e “La casa senza tempo” di Andrea Forzano, un fanta-spionistico “giallo-rosa” realizzato nel 1943 come film di propaganda fascista e ridoppiato e ridistributo alla fine del 1945, subito dopo la fine della guerra, per riadattarlo alla mutata situazione politica.

Non mancano le parodie come “Flit” interpretato da Raimondo Vianello e gli “002 agenti segretissimi” Franco e Ciccio.

GIALLO

Il giallo all’italiana, in campo internazionale detto anche thrilling, spaghetti thriller[1] o più semplicemente giallo, è stato un filone cinematografico nato in Italia negli anni 1960 e sviluppatosi poi negli anni 1970, con caratteristiche diverse rispetto al filone classico del giallo inteso come letterario o cinematografico: il giallo all’italiana, infatti, mescola atmosfere thriller e temi tipici del cinema dell’orrore, e che non preclude derive slasher tipiche dell’exploitation.

Nel 1963 Mario Bava porta sugli schermi il film “La ragazza che sapeva troppo”, interpretato da Valentina Cortese, John Saxon e Letícia Román: la storia, macabra e lievemente ironica, narra di un personaggio contorto e spaventoso che semina orrore e morte per le strade di Roma. L’opera è considerata a posteriori la capostipite del giallo all’italiana, quella che ha aperto la strada ad altri registi e pellicole simili. Sino ad allora infatti i film caratterizzati da elementi truculenti erano resi sempre un po’ inverosimili e irreali per mezzo di ambientazioni gotiche o ambientate in epoche passate, creando così una sorta di distacco emotivo tra la vicenda e lo spettatore.

È tuttavia nel 1964, con “Sei donne per l’assassino” sempre per la regia di Bava, che si delineano definitivamente quelli che saranno i tratti caratteristici del genere: l’assassino vestito con un impermeabile scuro, guanti e cappello, soggettive del killer, scene dei delitti diversificate nonché particolarmente elaborate e cruente (celebre quella in cui il viso della vittima viene ripetutamente premuto contro una stufa incandescente), musiche ossessive (ad esempio le celebri colonne sonore dei Goblin) e anche un pizzico di nudità (non ancora esplicita), tipica degli anni a venire.

Tra la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 70 nasce un nuovo sottogenere, il giallo erotico, nel quale vi è una maggiore attenzione per gli aspetti sessuali della vicenda, anche definito thriller dei quartieri alti dal regista Umberto Lenzi; lo stesso Lenzi firmerà la trilogia composta dai film “Orgasmo” (1969), “Così dolce… così perversa” (1969) e Paranoia (1970), in cui si mescolano erotismo, psicologia e intrighi del mondo della nobiltà. Un altro noto regista di questo genere è Sergio Martino con i film “Lo strano vizio della signora Wardh” (1971), “Tutti i colori del buio” (1972) e “Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave” (1972).

Durante gli anni 70, la rappresentazione formale e la narrazione delle pellicole di questo genere si infittiscono di delitti sempre più feroci e di forte impatto visivo: è questo il periodo di massima espressione del giallo all’italiana.

Fra il 1970 e il 1971 escono tre film di Dario Argento che consacrano definitivamente questo genere: “L’uccello dalle piume di cristallo”, “Il gatto a nove code” e “4 mosche di velluto grigio”. Utilizzando la stessa formula di Bava, ma rimodernandone tecnica e stile, il regista riscuote un enorme successo, soprattutto negli Stati Uniti d’America, favorendo in patria (e non solo) un prolifico fenomeno d’imitazione, ovvero un nuovo filone di gialli dai connotati strettamente legati al modello argentiano. Rispetto ai precedenti film si privilegiò l’elaborata e scenografica messinscena dei delitti, con un maggior ricorso agli effetti speciali, fino ad allora ben poco utilizzati, e vere e proprie invenzioni che avrebbero dettato scuola nella specialità. Ben presto questo sottogenere di film assume la denominazione di thrilling, dal verbo thrill (letteralmente rabbrividire di emozione), usato qui come sostantivo.

Il thrilling assunse una connotazione sempre più violenta ed erotica, specializzandosi soprattutto nella descrizione della figura dell’assassino, non limitandosi al solo aspetto esteriore, ma sviscerando soprattutto la sua psiche. L’intenzione fu quella di far partecipare in qualche modo lo spettatore al delitto, tramite gli occhi stessi dell’omicida, utilizzando a tal fine una tecnica cinematografica abbastanza innovativa per l’epoca, detta soggettiva, in cui la posizione della macchina da presa coincideva con la stessa visuale di chi compie i delitti. L’assassino veniva solitamente rappresentato come uno psicopatico, mentre i protagonisti di questi film non erano il commissario intuitivo o il poliziotto senza paura di turno bensì persone comuni, invischiate loro malgrado negli eventi solo per puro caso. Ed è in questo contesto che la figura dell’omicida divenne protagonista e icona assoluta del filone, assumendo una tale importanza nel racconto da far passare spesso in secondo piano anche la stessa trama del film.

Oltre a imitarne il modello nei contenuti, questi nuovi thrilling si rifecero anche nei titoli ai primi film di Dario Argento, portacolori del genere anche all’estero, ha prodotto numerosi film di qualità e facendo affermare definitivamente il genere. Nacquerò così sulla scia de “L’uccello dalle piume di cristallo”, pellicole come “La tarantola dal ventre nero”, “La coda dello scorpione”, “Una farfalla con le ali insanguinate”, “L’iguana dalla lingua di fuoco”, “La sanguisuga conduce la danza”, “L’uomo più velenoso del cobra”, “Il gatto dagli occhi di giada”, “Gatti rossi in un labirinto di vetro”, “La volpe dalla coda di velluto”, “Il sorriso della iena” e “Nella stretta morsa del ragno”.

Ma nacquero anche dei film d’autore che quasi raggiungono il modello argentiano come “Giornata nera per l’ariete” di Luigi Bazzoni, “Il profumo della signora in nero” di Francesco Barilli, “Cosa avete fatto a Solange?” di Massimo Dallamano, “E tanta paura” di Paolo Cavara, “La corta notte delle bambole di vetro” e “Chi l’ha vista morire?” di Aldo Lado, “La donna della domenica” di Luigi Comencini, “Gran bollito” di Mauro Bolognini e “Il mostro” di Luigi Zampa. Nei primi anni 70 si ha un vero e proprio boom del thrilling, tant’è che solo tra il 1971 e il 1972 vennero girati e distribuiti nelle sale oltre trenta film appartenenti al filone, diretti dai maggiori registi italiani del cinema di genere; tra questi sono da menzionare “Mio caro assassino” di Tonino Valerii, un giallo avvincente e a lungo trascurato, e “L’etrusco uccide ancora” di Armando Crispino, uno dei primi esempi di contaminazione tra giallo e horror, considerato il capostipite del “filone archeologico” di questo genere cinematografico.

Nel 1975 Dario Argento realizza “Profondo rosso” (film che inizialmente avrebbe dovuto avere anch’esso un titolo dal richiamo faunistico, ovvero La tigre dai denti a sciabola) che ottiene un grande successo, anche a livello internazionale, ed è considerato da molti critici e dagli stessi fan come uno dei titoli più riusciti nella storia del giallo all’italiana; Profondo rosso è sicuramente, tra tutte le opere thrilling, quella più famosa e celebrata, ancora oggi trasmessa spesso e con successo in televisione.

Lucio Fulci, futuro maestro del gore italiano, girerà contributi di indubbio valore come l’hitchockiano “Una sull’altra, il violento”, “Una lucertola con la pelle di donna”, “Non si sevizia un paperino” e “Sette note in nero”.

Il regista emiliano Pupi Avati dirigerà nel 1976 uno dei più famosi gialli horror italiani, “La casa dalle finestre che ridono”. Ironicamente l’anno successivo è la volta del parodistico “Tutti defunti… tranne i morti” che oltre agli stessi regista e sceneggiatori, presenta molti attori della precedente pellicola.

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