BIOGRAFIA ALBERTO SORDI

Reading Time: 23 minutes

Nome e cognome: Alberto Sordi
Data di nascita: 15 giugno 1928
Luogo di nascita: Roma, Italia
Data di morte: 24 febbraio 2003
Luogo di morte: Roma, Italia
Mestiere: Attore, Doppiatore, Regista, Sceneggiatore


La famiglia
Nacque a Roma, in via San Cosimato 7, nel rione di Trastevere, il 15 giugno del 1920, ultimo figlio di Pietro Sordi (1879-1941), originario di Valmontone, professore di musica e strumentista, titolare della tuba contrabbasso dell’orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, e di Maria Righetti (1889-1952), originaria di Sgurgola, insegnante elementare. I coniugi Sordi avevano contratto matrimonio il 30 luglio 1910 a Pesaro, la città in cui si erano incontrati e dove risiedevano. Qui, il padre Pietro aveva inoltre studiato e conseguito il diploma di strumentista presso il Conservatorio Rossini.

La famiglia era composta anche dalla sorella Savina (1911-1972), insegnante di religione,dal fratello Giuseppe (1915-1990), ingegnere e, per lungo tempo, suo amministratore, e dalla sorella Aurelia (1917-2014), insegnante di religione, mentre il terzogenito, anch’egli di nome Alberto, era morto il 24 maggio 1916 dopo pochi giorni di vita. Anche i nonni paterni, Francesco Sordi (1847-1924) e Filotea Piacentini (1845-1909), erano di Valmontone, e lì Alberto trascorse parte dell’infanzia.

Le prime esperienze (1926 – 1936)
Nel 1926 vinse un concorso di bellezza per bambini, aggiudicandosi una tessera familiare per entrare gratis, per un anno, al cinema Italia Nova di Trastevere. A Roma, frequentò la scuola elementare “Armando Diaz” e fu qui che, in quinta classe, su iniziativa di un docente di educazione fisica appassionato di teatro, iniziò a recitare nel “Teatrino delle marionette”, una piccola compagnia itinerante in cui gli attori interpretavano i personaggi in voga dei giornalini di quell’epoca. Partecipò al coro di Santa Maria in Trastevere, la sua parrocchia, e successivamente fu componente del coro dei pueri cantores della Cappella musicale pontificia sistina diretto da don Lorenzo Perosi, fino alla precoce trasformazione della voce in basso verso i 10 anni di età e divenuta poi una delle sue caratteristiche distintive. Frequentò l’Accademia di canto di Via Gregoriana; studiò canto lirico e si esibì sulla scena operistica per un certo periodo della giovinezza.

Nel 1936 si recò a Milano, su invito della casa discografica Fonit, per incidere un disco di fiabe musicali dedicate all’infanzia, tratte da racconti scritti da lui e pubblicati su un settimanale dell’epoca; con il ricavato e con altri lavori saltuari si finanziò la frequenza al corso di recitazione all’Accademia dei filodrammatici. Per trasferirsi al nord abbandonò gli studi all’Istituto di Avviamento Commerciale “Giulio Romano” di Trastevere (conseguì comunque come privatista il diploma di ragioniere alcuni anni più tardi per fare contenta la madre). L’esperienza ebbe un esito fallimentare e portò all’espulsione del giovane Sordi dovuta alla sua marcata inflessione dialettale romanesca e alla sprezzante valutazione della maestra Emilia Varini sulla sua presunta carenza di talento attoriale.

Tentò la strada del teatro leggero, riuscendo a ottenere una scrittura, insieme al suo amico romano Gaspare Cavicchi al cinema teatro Pace di Milano. Tuttavia, la prima esibizione fu un insuccesso; scoraggiato dall’esito negativo, Alberto decise di tornare a Roma.

Comparsa e doppiatore (1937 – 1956)
Rientrato nella capitale, nel 1937 trovò lavoro come comparsa a Cinecittà, apparendo nel film kolossal Scipione l’Africano in un ruolo da generico soldato romano. Nello stesso anno vinse un concorso indetto dalla Metro-Goldwyn-Mayer per doppiare la voce di Oliver Hardy insieme a Mauro Zambuto, che prestava la voce a Stan Laurel. Si presentò alle audizioni privo di esperienza specifica di doppiaggio e con poche aspettative di successo, considerata la concorrenza di professionisti affermati del settore; fu il direttore del doppiaggio della MGM Franco Schirato a ritenere il suo registro basso e il timbro di voce «caldo e pastoso» un connubio ideale per la notevole mole del personaggio (nonostante la voce di Hardy fosse in realtà nel registro tenorile); fu scritturato, debuttando nel ridoppiaggio della comica “Sotto zero” nel 1939, seguita dal lungometraggio “I diavoli volanti” nello stesso anno.

Come doppiatore, Sordi ebbe una carriera prolifica durata quasi 20 anni; oltre a numerosi altri film di Stanlio e Ollio, diede la voce, tra gli altri, a Bruce Bennett, Anthony Quinn, John Ireland, Robert Mitchum, Pedro Armendáriz e, per gli italiani, a Franco Fabrizi e Marcello Mastroianni, nel film “Domenica d’agosto” (1950). La sua voce è riconoscibile anche nei film di Frank Capra “La vita è meravigliosa” (1946) e di Vittorio De Sica “Ladri di biciclette” (1948), nonché nel film di Alessandro Blasetti “Prima comunione” (1950). Il 25 giugno di quell’anno, Sordi ebbe anche l’occasione di incontrare e doppiare dal vivo Hardy, nascosto dietro il sipario assieme a Zambuto, in occasione di una tournée italiana di Laurel & Hardy a Villa Aldobrandini a Roma, dove era stato organizzato uno spettacolo per bambini. Fu anche grazie al suo ruolo di voce di Ollio che riuscì a ottenere le prime scritture nel teatro di rivista, (inizialmente presentandosi con lo pseudonimo Albert Odisor), dove si cimentò nell’imitazione di entrambi.

Concluse la sua esperienza di doppiaggio con “I pinguini ci guardano” del 1956, dove gli animali presenti nella pellicola parlano con le voci di famosi attori.

In due occasioni, Sordi si trovò come interprete a essere doppiato da un altro attore: nel film “Cuori nella tormenta” diretto da Carlo Campogalliani nel 1940, venne doppiato da Gualtiero De Angelis, e nel film “Il Passatore”, diretto da Duilio Coletti nel 1947, dove interpretava il ruolo di un brigante, gli prestò la voce Carlo Romano.

Il teatro di rivista, ruoli minori e la guerra (1936 – 1953)
Nel teatro leggero, dopo un tentativo infruttuoso con la compagnia di Aldo Fabrizi e Anna Fougez avvenuto nella stagione 1936-1937 nello spettacolo “San Giovanni”, ritentò in quella seguente, riuscendo finalmente a debuttare nel teatro di rivista nella compagnia di Guido Riccioli e Nanda Primavera nella stagione 1938-1939 con lo spettacolo “Ma in campagna è un’altra… rosa”. In questo spettacolo ebbe inizialmente il ruolo di stilé (ballerino di fila), fu poi promosso al ruolo di maggiordomo in uno sketch di Benini e Gori scritto appositamente per lui.

Al teatro, alternò in questo periodo la partecipazione a circa 20 film, per lo più in ruoli minori, come nel 1938 in “La principessa Tarakanova” con Anna Magnani e, l’anno successivo in “La notte delle beffe”. Di maggior rilievo fu la presenza in due film di regime del 1942: “Giarabub” di Goffredo Alessandrini e, da co-protagonista, “I 3 aquilotti” di Mario Mattoli oltre a “L’innocente Casimiro” di Carlo Campogalliani (1945). Ebbe anche l’occasione di lavorare con l’attore genovese Gilberto Govi e con un giovane Walter Chiari nel ruolo di un impresario argentino nel film “Che tempi!”, versione cinematografica della commedia teatrale “Pignasecca e Pignaverde” di Emerico Valentinetti.

Nel 1940, Alberto Sordi fu chiamato alle armi. Su intercessione di alcune conoscenze del padre, riuscì a evitare il fronte e venne arruolato nel Regio Esercito come allievo musicante. Prestò servizio presso la banda musicale presidiaria dell’81º Reggimento fanteria “Torino”, accompagnando le partenze dei militari italiani per la breve campagna francese. Il servizio militare gli lasciò sufficiente tempo libero per proseguire la sua carriera artistica. È di questo periodo (stagione 1941-1942) la partecipazione a “Tutto l’oro del mondo” con la compagnia di Guido Fineschi e Maria Donati, “Teatro della caricatura” (1942) accanto a Fanfulla, “Ritorna Za-Bum” (1943) e “Sai che ti dico?” (1944) entrambe scritte da Marcello Marchesi e dirette da Mario Mattoli, la rivista musicale “Un mondo di armonie” di Alberto Semprini (1944), “Imputati… alziamoci!” di Michele Galdieri (1945), “Soffia so’…” di Garinei & Giovannini (1946), “E lui dice…” di Benecoste, diretto da Oreste Biancoli e Adolfo Celi (1947) e infine, nella stagione 1952-1953, “Gran baraonda”; fu questa la sua ultima apparizione sul palcoscenico, accanto a Wanda Osiris, che avrà poi modo di dirigere nel 1973 in una scena di “Polvere di stelle”, film ambientato proprio nel mondo della rivista.

La radio (1946 – 1953)
«Non avevo le physique du rôle, il fisico di un attore comico. Non c’era niente in me che facesse ridere, così mi ci volle molto tempo per arrivare al successo, sia in teatro sia al cinema. Mi venne allora l’idea di utilizzare un canale più diretto, più diffuso, la radio, (…) proporre un personaggio attorno al quale sarebbe stata costruita la trasmissione, insomma una forma di “divismo” radiofonico che allora non esisteva (…).» (Da conversazioni di Alberto Sordi, come documentato in d’Amico, La commedia all’italiana, op.cit.)

Fu alla radio, tra il 1946 e il 1953, che cominciò a ottenere una certa notorietà. Nel 1946, ispiratosi agli ambienti dell’Azione Cattolica, ideò la sua satira dei personaggi de I compagnucci della parrocchietta, dal caratteristico parlato nasale e atteggiamento da “persona come si deve”. Uno di questi personaggi piacque talmente a Vittorio De Sica da proporre a Sordi la trasposizione cinematografica in “Mamma mia, che impressione!” del 1951, suo primo film da protagonista, attraverso la neonata P.F.C.(Produzione Film Comici), fondata da essi stessi. Il film, sceneggiato da Cesare Zavattini e diretto da Roberto Savarese, pur basato sul modello di recitazione tutto verbale sperimentato in radio, contribuì al consolidamento del personaggio, poi riproposto in altri lavori minori. Il responso critico prevalentemente negativo e i modestissimi incassi al botteghino sancirono il fallimento del progetto e della casa di produzione ma contribuirono a consolidare l’amicizia tra Sordi e De Sica, che collaborarono in numerose occasioni successive.

Furono di questo periodo le partecipazioni a vari programmi (alcuni presentati da Corrado), che lo lanciarono in radio: “Oplà” (1947), “Vi parla Alberto Sordi” (1948-1950) e “Rosso e nero” (1951). Qui creò altri personaggi come il Signor Dice in collaborazione con Fiorenzo Fiorentini ed Ettore Scola, il Conte Claro, e Mario Pio. Quest’ultima caratterizzazione fu presentata anche al cinema nel film d’esordio di Mauro Bolognini, “Ci troviamo in galleria” del 1953, oltre alla riproposizione radiofonica, durante la stagione 1968-1969, nella trasmissione “Gran varietà”; fu anche ripresa da Alighiero Noschese, nel 1970, nella trasmissione satirica “Doppia coppia”.

Al mezzo radiofonico, nel 1947, dedicò anche un omaggio con il film “Il vento m’ha cantato una canzone” diretto da Camillo Mastrocinque, accanto a Loris Gizzi, Galeazzo Benti e Laura Solari, impersonando l’amico di un cantante desideroso di sfondare a livello nazionale in un radiodramma sponsorizzato da una fantomatica radio privata italiana, Radio Sibilla.

A parte la riproposizione di personaggi noti in “Gran varietà” sul finire degli anni sessanta, l’ultima esperienza radiofonica prima che il cinema divenisse preponderante nella sua carriera fu Il teatrino di Alberto Sordi, in onda solo per pochi mesi sul “Secondo Programma” tra il 1952 e il 1953.

La grande popolarità (1952 – 1958)
Tra il 1953 e il 1955, la carriera cinematografica di Alberto Sordi giunse a un’importante svolta. Dopo il modesto riscontro di pubblico, e i giudizi della critica cinematografica dell’epoca in prevalenza negativi per il film “Lo sceicco bianco” (1952) di Federico Fellini, Sordi ottenne maggiore successo con il ruolo da non protagonista in “I vitelloni” (1953), anch’esso diretto da Fellini, incentrato su un gruppo di giovani riminesi che, nel vuoto di ideali e prospettive lasciato dalla guerra, si trovano confusi e disorientati, incapaci di trovare scopi e interessi.

Nonostante alcune iniziali controversie sulla sua capacità di attrarre il pubblico, la fiducia di Fellini nelle qualità di Sordi si rivelò decisiva. Giunto nelle sale, alcuni noleggiatori di pellicole avevano preteso che il nome di Sordi non apparisse sui manifesti a causa del precedente insuccesso di “Lo sceicco bianco”. Tuttavia, il personaggio malinconico e cinico di Alberto ne “I vitelloni” contribuì al successo di Sordi, che da quel momento in poi lavorò senza interruzioni, arrivando a girare fino a dieci film all’anno.

«Gli anni Cinquanta sono stati il periodo in cui iniziò il fanatismo per tutto ciò che era americano. Il cinema forniva miti e modelli dopo che la guerra ci aveva dato eroi e liberatori. Fu in quel contesto che mi venne l’idea di rappresentare quel tipo di sciocco bambinone che si lamenta sempre perché non è nato in America, luogo dove di certo, almeno secondo lui, avrebbe trovato fama e fortuna.» (Alberto Sordi a proposito di Nando Mericoni, intervista a Donatella Baglivo del 1997, cfr. Righetti, Alberto Sordi segreto, op.cit.)

Ai due lavori con Fellini seguì, tra gli altri 31 film girati tra il 1951 e il 1955, un trittico di pellicole dirette da Steno: “Un giorno in pretura” (1953), “Un americano a Roma” (1954) e “Piccola posta” (1955). In questi, Sordi diede vita al personaggio del giovane vigliacco, approfittatore, indolente e qualunquista, un archetipo che sarebbe diventato una caratteristica distintiva di molti dei suoi ruoli degli anni Cinquanta. Con il primo di questi Sordi consolidò la sua notorietà, interpretando Ferdinando “Nando” Mericoni, un ragazzo romano scansafatiche, logorroico e petulante, ossessionato dal mito dell’America. Questo personaggio ottenne un tale riscontro che venne ulteriormente sviluppato in “Un americano a Roma”, il primo film da protagonista coronato da un gran successo al botteghino, incassando circa 380 milioni di lire (equivalenti a circa 7 milioni di euro al 2025). La popolarità del personaggio cinematografico varcò addirittura i confini nazionali e gli valse un invito a Kansas City (un ricorrente tormentone di Mericoni) nel 1955, dove, accolto con tutti gli onori e alla presenza del presidente Eisenhower, venne nominato cittadino onorario e governatore onorario dell’American Royal.

Tra le sue altre interpretazioni di questo periodo ve ne furono alcune ritenute esempi significativi della commedia all’italiana. “In Bravissimo” di Luigi Filippo D’Amico (1955) Sordi interpretò il maestro elementare supplente Impallato, che scopre casualmente un allievo prodigio nel canto lirico e lo sfrutta per ottenere riconoscimenti e ricchezza. Un’altra commedia ambientata nel mondo della musica fu “Mi permette, babbo!”, in cui si narrano le vicende di uno studente di canto viziato, presuntuoso e mantenuto dall’esasperato suocero (interpretato da Aldo Fabrizi), che aspira a calcare le scene della lirica. Vi presero parte anche affermati cantanti lirici dell’epoca, tra cui il basso senese Giulio Neri. Altre interpretazioni furono il rigattiere Peppino in “Fortunella” di Eduardo De Filippo (1958) e il gondoliere rivale in amore di Nino Manfredi in “Venezia, la luna e tu” di Dino Risi (1958).

Tra i film minori di questo periodo è da citare, poiché ritenuto perduto per lungo tempo, “Lo scocciatore (Via Padova 46)”, diretto nel 1953 da Giorgio Bianchi, dove Sordi interpretò il ruolo di un molesto e petulante vicino di casa di un impiegato (Peppino De Filippo) alla ricerca di un’avventura galante. Una copia incompleta (poi pubblicata in DVD) fu ritrovata nel giugno 2003 dalla Cineteca di Bologna.

L’italiano medio di Sordi
«C’è una specie di follia in Sordi, (…) non mi sono mai trovato di fronte a un attore che non avesse paura di un personaggio, cosa invece molto comune tra tutti gli attori. Se gli presentavano un mostro (…) anche un politico pericoloso da rappresentare, perché l’Italia non sempre è stata così libera nei suoi costumi e nelle sue strutture, lui aveva una specie di forma d’incoscienza e l’accettava. Era quasi attratto dal «male», dal pericolo. Io gli proponevo qualche cosa di impossibile per quei tempi, ma una volta accettato dal pubblico rappresentare dei mostri è diventato la normalità.» (Rodolfo Sonego, a proposito di Alberto Sordi. Tatti Sanguineti – Il cervello di Alberto Sordi, op.cit.)

Con l’avvento della commedia all’italiana diede vita a una moltitudine di personaggi che la critica identificò come assimilabili all’italiano medio, spesso collaborando anche al soggetto e alla sceneggiatura dei film interpretati.

Vi sono nei personaggi di Sordi delle caratteristiche ricorrenti: tendenzialmente prepotenti con i deboli e servili con i potenti, a cui cercano di mendicare qualche privilegio. Secondo alcuni, proporre personaggi di questo tipo darebbe il “cattivo esempio”, porterebbe infatti certi spettatori che altrimenti non avrebbero avuto il coraggio di rivendicare la propria pochezza, ad avere un alibi e addirittura un esempio da seguire, sentendosi rappresentati e legittimati.

La svolta degli anni sessanta (1959 – 1965)
«Non volevo esibirmi davanti a un pubblico: io volevo rappresentare il pubblico. Volevo rappresentare gli italiani. Non è per caso che io ho fatto questi film che andavano al passo con l’evoluzione del costume (…) accettavo solo quelli che rispecchiavano una realtà nel momento in cui si faceva il film (…) dall’America mi provenivano proposte incredibili, ma non ho mai accettato di fare un personaggio straniero, né lavorare con una storia che non apparteneva a quella dell’Italia.» (Alberto Sordi, intervista al Taormina Film Festival, luglio 2001)

A partire da “La grande guerra” diretto da Mario Monicelli nel 1959 (nel quale interpreta un soldato indolente e imboscato, costretto suo malgrado a morire da eroe), si distinse come interprete versatile, calandosi anche in ruoli drammatici. Interpretò nello stesso anno il ruolo di un marito – megalomane e inconcludente – di una donna ricchissima (interpretata da Franca Valeri) in “Il vedovo”, diretto da Risi nel 1959 e il componente di una commissione censoria che giudica impietosamente manifesti e film piccanti salvo poi, in privato, reclutare a fini immorali ballerine di night club in “Il moralista” di Giorgio Bianchi (1959).

Tra le interpretazioni di rilievo dei primi anni ’60 sono da citare il sottotenente Innocenzi di “Tutti a casa” di Luigi Comencini (1960), il vigile inflessibile costretto a capitolare davanti al potente di turno in “Il vigile” di Luigi Zampa (1960), il giornalista Silvio Magnozzi di “Una vita difficile” di Dino Risi (1961), il piccolo imprenditore oberato dai debiti disposto a vendere un occhio per riassestare le sue finanze e accontentare una moglie sin troppo esigente in “Il boom” di Vittorio De Sica (1963).

Il debutto alla regia (1963 – 1969)
Sordi aveva manifestato il desiderio di cimentarsi nella regia cinematografica già dal 1962, per interpretare un personaggio che aveva in mente, disponendo di piena discrezionalità sulla realizzazione. Fu supportato dal produttore Dino de Laurentiis, per il quale tuttavia doveva girare ancora 6 film come attore, prima di poter concretizzare il progetto. Ebbe comunque l’occasione di introdursi nel campo della regia con il film “Il diavolo” (1963) che, pur diretto formalmente da Gian Luigi Polidoro, gli permise una certa discrezionalità, trattandosi di una pellicola ampiamente improvvisata della cui realizzazione si attribuì ampio merito, non senza strascichi polemici da parte dello stesso Polidoro.

Debuttò alla prima delle sue 18 regie nel 1966 con “Fumo di Londra”, basato sui risvolti comportamentali e sociali di un italiano in trasferta all’estero, tematica che si rivelerà ricorrente nelle sue regie e già affrontata in “Il diavolo”. Seguì nello stesso anno, “Scusi, lei è favorevole o contrario?”, ritratto di un agiato commerciante di tessuti, separato dalla moglie, con tante amanti da mantenere quanti sono i giorni della settimana, in un’Italia scossa dalle polemiche sull’eventuale introduzione del divorzio. Tornò a impersonare un italiano all’estero, anche dirigendosi, in “Un italiano in America”, insieme con Vittorio De Sica (1967); due anni dopo realizzò il primo dei tre film con Monica Vitti “Amore mio aiutami”.

Alla direzione, continuò ad alternare nel decennio interpretazioni per altri registi come ad esempio il giovane medico disposto a qualsiasi compromesso per far carriera, fino a diventare primario in una clinica di lusso nel dittico “Il medico della mutua” di Luigi Zampa (1968) e “Il prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue” di Luciano Salce (1969) e l’editore partito alla ricerca del cognato disperso in Africa in “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?” di Ettore Scola (1968).

Nel 1969 fu membro del VI Festival cinematografico internazionale di Mosca.

Gli anni settanta (1970 – 1979)
Sordi inaugurò il decennio dirigendosi nell’episodio “La camera dal collettivo” “Le coppie” (1970). Tra gli altri personaggi dei primi anni ’70 vi sono il geometra incarcerato senza motivo mentre si trova in vacanza di “Detenuto in attesa di giudizio” di Nanni Loy (1971) (per questo ruolo si aggiudicò nel 1972 l’Orso d’argento al Festival di Berlino), l’emigrato sfortunato in “Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata” (1971) di Luigi Zampa in coppia con Claudia Cardinale, e il baraccato che una volta all’anno insieme alla moglie (Silvana Mangano) organizza interminabili partite a carte nella villa lussuosa di una ricca e bizzarra signora con segretario ed ex amante al seguito (impersonati da Bette Davis e Joseph Cotten) in “Lo scopone scientifico” di Luigi Comencini (1972).

Tornò alla regia per “Polvere di stelle” (1973), con co-protagonista Monica Vitti e “Finché c’è guerra c’è speranza” (1974). Tre anni dopo ricoprì il drammatico ruolo in “Un borghese piccolo piccolo” di Mario Monicelli (1977), generalmente ritenuto il vertice delle sue capacità recitative. Concluse il decennio con l’episodio, anche diretto, “Le vacanze intelligenti” dal film collettivo “Dove vai in vacanza?” (1978) e con “Il malato immaginario”, diretto da Tonino Cervi nel 1979, la prima delle libere trasposizioni di Molière su cui tornerà verso fine carriera.

Gli anni ottanta (1980 – 1989)
Negli anni ’80, Sordi continuò a proporre personaggi che riflettevano i difetti e le contraddizioni della società italiana, ma con una cifra stilistica che parte della critica cinematografica ritenne meno incisiva e approfondita rispetto alle opere precedenti. Di spessore inferiore risultarono quindi, secondo la stessa critica, i film realizzati nell’ultima fase della sua carriera; un declino condizionato dal tramonto generale del filone della commedia all’italiana, ma anche attribuito a una tendenza di Sordi a insistere su caratterizzazioni datate e non più originali, in cui ricorrevano tratti di moralismo, qualunquismo e attaccamento a modelli socio-comportamentali obsoleti, stereotipati e non più aderenti all’evoluzione sociale in corso.

Inaugurò il decennio con il film, interpretato e diretto da lui stesso, “Io e Caterina” (1980); la critica si divise sulla riuscita di questa pellicola, sottolineando i tratti pesantemente misogini e maschilisti con cui Sordi caratterizzò il suo personaggio (che si libera senza scrupoli di ogni presenza femminile nella sua vita per sostituirla con un androide apparentemente dimesso e servile), ma costituendo d’altra parte un affresco visionario e anticipatore del ruolo sempre più preponderante e invasivo della tecnologia e delle intelligenze artificiali molti anni prima che diventasse argomento di grande attualità.

Maggior apprezzamento di pubblico e critica fu attribuito al film successivo, la commedia storica “Il marchese del Grillo” di Mario Monicelli (1981), dove Sordi si calò nel doppio ruolo di un nobile romano dedito alle burle e di un popolano carbonaro suo sosia. Seguì “Io so che tu sai che io so” (1982), l’ultimo dei tre film da lui diretti e interpretati con Monica Vitti, in cui affronta la tematica dell’infedeltà coniugale e della tossicodipendenza.

Di questo periodo sono inoltre da citare il dittico di film, anche diretti, “Il tassinaro” del 1983 (dove compaiono, interpretando sé stessi, Giulio Andreotti, Silvana Pampanini e Federico Fellini) e “Un tassinaro a New York” (1987). Lavorò inoltre con Carlo Verdone (da alcuni considerato il suo naturale erede, pur perseguendo stili e tematiche assai diverse) nei film “In viaggio con papà”, con regia di Sordi (1982) e “Troppo forte”, diretto da Verdone (1986). Emblematico fu inoltre il ruolo di un giudice incorruttibile e spregiudicato nel film “Tutti dentro” del 1984, da lui diretto, con al centro i temi, anticipatori dei fatti di Tangentopoli, della corruzione politica dilagante e dell’esposizione mediatica della magistratura.

Gli ultimi film e il Leone d’oro alla carriera (1990 – 2002)
Sul filone di libere trasposizioni storiche, tornò a Molière con “L’avaro” (1990), con regia di Tonino Cervi, “In nome del popolo sovrano” diretto da Luigi Magni (1990) e “Romanzo di un giovane povero” (1995) di Ettore Scola, il quale, nel 2003, dopo la sua morte, gli dedicherà il film “Gente di Roma”.

Tra gli ultimi film, Sordi ebbe particolarmente a cuore, come disse in alcune interviste, “Nestore, l’ultima corsa” (1994), dove interpretò un anziano vetturino non ancora rassegnato a portare il suo cavallo al mattatoio. L’ultima pellicola da lui diretta fu “Incontri proibiti” (1998) accanto a Valeria Marini, presentato ancora nel 2002 con montaggio diverso e un altro titolo, “Sposami papà”.

Detentore di cinque Nastri d’argento, di sette David di Donatello e altri numerosissimi premi minori, ottenne nel 1995 il Leone d’oro alla carriera al Festival di Venezia.

I collaboratori
Durante tutta la sua lunga carriera, Sordi si circondò di collaboratori assidui, con cui intrattenne proficui sodalizi artistici. Tra questi, sono da citare gli sceneggiatori Rodolfo Sonego, con cui lavorò in 44 film dal 1954 in avanti (“Il seduttore” di Franco Rossi è il suo esordio) e Piero De Bernardi. Inoltre, lavorò assiduamente con il compositore Piero Piccioni, che firmò le colonne sonore di 18 dei suoi film, nonché alcune delle sue canzoni irriverenti e maliziose. Altri collaboratori di lungo corso furono la montatrice Tatiana Casini Morigi, la costumista Bruna Parmesan e l’agente e amministratore Gastone Bettanini.

La televisione
«Sono un attore cinematografico quindi dovrei parlar male della televisione perché porta via sempre più gente dalle sale e invece devo riconoscere che stare a guardarla mi piace moltissimo. La TV ha cambiato le regole del gioco e quando è esplosa, noi del cinema ci siamo spaventati, tanto da rimanere a guardare anziché adeguarci (…) Oggi con la TV, in un solo passaggio, lo stesso film è visto da 8-10 milioni di spettatori ed è veramente una bella soddisfazione (…) a me non importa che mi vedano al cinema o sul piccolo schermo: mi basta che mi vedano.» (Alberto Sordi, conversazioni con M.A.Schiavina, Alberto racconta Sordi, op.cit.)

Alberto Sordi espresse opinioni contrastanti sulla televisione. Inizialmente, la criticò per la sua diffusione incontrastata e per la contaminazione culturale derivante dalla proliferazione di programmi in cui prevalevano aspetti sensazionalistici ed esibizionistici rispetto al talento e alla preparazione dei partecipanti e dei conduttori. Questi temi furono oggetto di due sue interpretazioni cinematografiche: “Domenica è sempre domenica” (1958), in cui recita il ruolo di un vanitoso industriale ossessionato dall’apparire in TV, e “Guglielmo il dentone”, episodio del film “I complessi” (1965), dove impersona un eruditissimo e spigliato candidato al ruolo di conduttore del telegiornale, che sbaraglia senza fatica tutti gli altri concorrenti, ma viene ostacolato con ogni mezzo dalla commissione esaminatrice a causa di una dentatura eccessivamente pronunciata, considerata un difetto imperdonabile in un contesto dominato dall’importanza della telegenia e dell’apparenza più che della preparazione.

In seguito, ammorbidì le sue posizioni e, contrariamente alla diffusa avversione del mondo del cinema verso la televisione, ne riconobbe il valore, apprezzandola sia come spettatore, sia per il suo potenziale promozionale, ritenendola utile per pubblicizzare film in uscita e per replicare opere uscite dal circuito delle sale, offrendo anche l’opportunità di rivalutare film inizialmente ignorati o sottovalutati. Se l’occasione era solitamente la promozione di un film, alcune delle sue partecipazioni costituirono comunque avvenimenti che restano nella storia della TV, come in “Studio Uno”, condotto dalla cantante Mina, nel 1966 (a cavallo dell’uscita del suo primo film da regista “Fumo di Londra”) e in una puntata di “Serata d’onore” (1991) presentata da Pippo Baudo, dove si cimentò in un improvvisato duetto, organizzato a sua insaputa, nell’aria “Quel vecchio maledivami!”, impersonando il basso Sparafucile, tratta dal Rigoletto con il baritono Renato Bruson.

Rifiutò di lavorare in spot pubblicitari e fiction televisive, tranne in rarissime occasioni; nel 1957 fu testimonial, nel Carosello, della casa vinicola Gancia. Per il film “Il tassinaro” realizzò una versione estesa per la TV in 4 puntate. Infine, verso fine carriera, impersonò Don Abbondio nella miniserie “I promessi sposi” (1989) con regia di Salvatore Nocita.

Contribuì inoltre alla sua popolarità la realizzazione della serie TV “Storia di un italiano”, in quattro edizioni, dove, attraverso una selezione tematica di spezzoni dei suoi numerosi film, si presentava la figura di un certo italiano medio, con i suoi pregi e i suoi difetti.

Le ultime apparizioni e la morte (2001 – 2003)
Sordi si ammalò di tumore ai polmoni nel 2001 e da allora le sue uscite pubbliche si diradarono. Una delle sue ultime apparizioni televisive risale al 18 dicembre 2001, nel programma “Porta a Porta” condotto da Bruno Vespa e dedicato interamente a lui, dove fu esposta la Harley Davidson 750cc WLA del 1942, esemplare originale di scena del film “Un americano a Roma”. Nel 2002 ricevette due lauree honoris causa, una a marzo dalla IULM di Milano e una il mese successivo dall’Università di Salerno, presenziando a entrambe le cerimonie. Partecipò ancora nel luglio di quell’anno all’evento “Italiani nel mondo” presentato da Pippo Baudo, sua ultima partecipazione pubblica.

Il 17 dicembre 2002 avrebbe dovuto intervenire a una serata in suo onore al Teatro Ambra Jovinelli di Roma ma dovette rinunciare per l’aggravarsi delle sue condizioni, limitandosi a comparire in un filmato girato nel suo studio e proiettato per il pubblico del teatro: fu questa la sua ultima apparizione in video. Continuò a lavorare fino all’ultimo a una nuova serie di “Storia di un italiano” che, tuttavia, rimase incompiuta.

Morì nella sua casa di Roma la sera del 24 febbraio 2003, all’età di 82 anni, per complicazioni broncopolmonari della malattia da cui era affetto. La salma, successivamente sottoposta a imbalsamazione, venne traslata nel Palazzo Senatorio al Campidoglio, nella Sala Giulio Cesare, dove per due giorni ricevette l’omaggio della gente, compresi molti personaggi del cinema italiano e della politica.

Il 27 febbraio, si svolsero i funerali solenni cattolici nella basilica di San Giovanni in Laterano ai quali presenziarono oltre 250.000 persone. Dopo la cerimonia funebre, il feretro venne tumulato nella cappella di famiglia nel cimitero monumentale del Verano di Roma, in cui, su una lapide a forma di pergamena, è inciso l’epitaffio: «Sor Marchese, è l’ora» battuta ripresa da uno dei suoi film più celebri, Il marchese del Grillo.

Lascito e causa sull’eredità (2003 – 2019)
Alla morte, tutto il patrimonio di Alberto Sordi passò alla sorella Aurelia, unica parente di secondo grado ancora in vita. La donna, deceduta nel 2014 all’età di 97 anni, lasciò in eredità l’intera fortuna a tre fondazioni intitolate al fratello. Tra queste, la Fondazione Museo Alberto Sordi, istituita nel 2011, ricevette la maggior parte della liquidità, circa 30 milioni di euro, e la villa dell’attore in Via Druso, con la disposizione di trasformarla in un museo.

Circa 37 parenti, veri o presunti tali, di vari gradi impugnarono il testamento e intentarono una causa, sostenendo che solo due delle tre fondazioni erano state create e patrocinate da Sordi: la Fondazione Alberto Sordi, istituita nel 1992, e la Fondazione Alberto Sordi per i giovani, fondata nel 2001. Secondo i querelanti, Aurelia era affetta da demenza senile e incapace di intendere e di volere quando, nel 2011, sarebbe stata indotta con circonvenzione a creare la terza fondazione e a convogliarvi la maggior parte dei fondi, anziché destinarli ai parenti, dai suoi collaboratori più vicini, tra cui un autista, una governante e alcuni avvocati. Questi ultimi, inoltre, avrebbero ottenuto da lei ingenti somme di denaro con l’inganno. Il caso iniziò a seguito di una denuncia presentata da una banca che aveva notato movimenti sospetti sui conti bancari di Aurelia. Tuttavia, dopo un processo durato cinque anni, il tribunale riconobbe la validità del testamento nel 2019, e assolse gli imputati da tutte le accuse.

Alla morte dell’attore, il suo archivio personale fu sovrinteso per alcuni anni dalla segretaria Annunziata Sgreccia. Dal 2014 l’archivio di circa 20.000 documenti, sottoposto al vincolo del Ministero della Cultura e dichiarato “di interesse storico particolarmente importante” fu digitalizzato e la gestione affidata alla Fondazione museo Alberto Sordi, che lo mette a disposizione per consultazione e studio su richiesta. La stessa fondazione conserva inoltre i materiali e costumi di scena che Sordi aveva meticolosamente collezionato nel corso della carriera, la sua cineteca, comprendente circa 5.500 pellicole, tra cui le copie personali dei suoi film nel montato commercializzato, e moltissimo girato mai edito; gestisce inoltre la villa di Via Druso, trasformata in un museo per disposizione della sorella Aurelia e la tomba monumentale.

Vita privata

A dispetto della sua immagine pubblica estroversa e dalla personalità strabordante, Sordi mantenne sempre un estremo riserbo sulla sua vita privata, di cui sono noti pochi dettagli.

Relazioni sentimentali
«So che la gente vorrebbe conoscere le storie e i segreti dei miei amori (…) cosa che fino a oggi hanno fatto gli altri, spesso inventandone di mai esistiti, che io non ho mai smentito perché la fatica di fare polemica sarebbe stata troppa per il mio carattere. La mia discrezione in fatto di amicizie, avventure, amori, ha suscitato sempre una grande curiosità. E ancora adesso (…) mi si attribuiscono storie di ogni genere (…) vorrei sfatare una volta per tutte la mia fama di scapolone (…) che considera le donne solo una terra di conquista, perché questo non trova spazio nella mia educazione.» (Alberto Sordi, da un’intervista del 1996 – cfr. Schiavina, Alberto racconta Sordi, op.cit.)

Cattolico praticante, non ebbe figli e non si sposò mai; al di là delle numerose relazioni attribuitegli dalle cronache rosa (tra le varie: Katia Ricciarelli, Patrizia De Blanck, Silvana Mangano, Shirley MacLaine e la principessa Soraya Esfandiary Bakhtiari), sono note due relazioni sentimentali significative: la prima con Andreina Pagnani, di quasi quattordici anni più grande di lui, durata nove anni. L’incontro tra i due avvenne nel 1941 durante il doppiaggio di “Il giardino di Allah”, in cui entrambi lavoravano; Pagnani prestava la voce a Marlene Dietrich. La seconda relazione fu con l’attrice austriaca Uta Franz, conosciuta nel 1954 sul set di “Una parigina a Roma” e con la quale giunse molto vicino al matrimonio. Tuttavia, al momento di fissare la data delle nozze, Sordi ebbe un ripensamento, causando grande disappunto a Franz e alla sua famiglia e sancendo la fine del rapporto.

Alla ricorrente domanda sul perché non fosse mai convolato a nozze, chiosava con uno dei suoi tormentoni “Che mi metto un’estranea in casa?”; salvo poi spiegare, in alcune interviste, che l’assoluta dedizione al suo mestiere non gli avrebbe consentito di dedicare a una famiglia il tempo e l’impegno necessari.

Residenze e patrimonio
A parte un soggiorno a Milano tra il 1936 e il 1937 per frequentare l’Accademia dei filodrammatici, Alberto Sordi visse sempre a Roma. Abitò dalla nascita fino al 1930 in via san Cosimato 7; dopo la demolizione dell’edificio originario per il costruendo palazzo delle Sacre Congregazioni, si trasferì in un appartamento in via Venezia; in seguito, alla morte del padre nel 1941, si spostò in un appartamento di via dei Pettinari.

Nel 1958 comprò per 80 milioni di Lire (circa 1.100,000 Euro ad agosto 2026) una villa progettata dall’architetto Clemente Busiri Vici in via Druso, presso le Terme di Caracalla, commissionata nel 1932 da Alessandro Chiavolini, per molti anni segretario particolare di Benito Mussolini. La villa attirò anche l’interesse di Vittorio De Sica, che però fu battuto sul tempo da Sordi. Visse qui, insieme alle sorelle e al fratello, per molti anni suo amministratore, e con la segretaria Annunziata Sgreccia fino al suo pensionamento.

Nel 1962 aveva acquistato una villa a Castiglioncello, dove era solito trascorrere l’estate con il fratello Giuseppe, che vi risiedeva stabilmente. La rivendette nel 1996, dopo che Giuseppe ebbe un malore che lo condusse alla morte mentre si trovava nella proprietà. Nello stesso anno, il Governo e l’esercito svizzeri gli impedirono l’acquisto di un terreno ad Andermatt, un villaggio alpino situato a 1.437 metri di quota nel Massiccio San Gottardo, temendo che uno straniero potesse carpire segreti delle basi militari presenti in quella zona. Sordi, con un noto avvocato locale, si oppose a tale diniego ma senza successo e dovette rinunziare al suo progetto di una casa in quella località.

Aveva posseduto inoltre una villa a Lignano Pineta, rivenduta dopo la morte della sorella Savina nel 1972 e una a Vindicio di Formia, un paio di appartamenti a Parigi[99] e vari terreni a Roma e dintorni.

Sviluppò fin da giovanissimo una passione per l’arte e l’antiquariato, che reputò l’unico mestiere che avrebbe potuto intraprendere se la sua carriera artistica non fosse decollata, divenendone competente attraverso la frequentazione di noti antiquari dell’epoca, come ad esempio la famiglia Apolloni in via del Babuino. Oltre ad acquistarvi numerosi pezzi pregiati, spesso rivelatisi ottimi investimenti, la frequentazione del negozio degli Apolloni gli offrì l’opportunità di entrare in contatto con altri clienti, personalità del mondo dello spettacolo, tra cui Vittorio de Sica, Gino Cervi, Paolo Stoppa e il regista Mario Bonnard. Quest’ultimo gli assegnò una comparsa nel film “Il feroce Saladino”, e lo diresse successivamente in altre due produzioni cinematografiche.

La politica e lo sport
«Anche a me proposero di entrare in politica (…) «Vi ringrazio ma non è aria» gli dissi «intendo dedicare le mie energie soltanto al lavoro.» Perché ho voluto essere sempre libero anche dal punto di vista politico? Credo che chi voglia fare della satira non debba legarsi e guardare in faccia nessuno (…) In questo senso credo di aver distribuito “botte” in ogni direzione, senza aver mai risparmiato neppure quelli a cui, come convinzioni personali, mi sentivo più vicino. Anzi a loro si può dire che ho riservato il trattamento peggiore. Forse perché lo meritavano più degli altri.» (Alberto Sordi, da un’intervista del 1996 – cfr. Schiavina, Alberto racconta Sordi, op.cit.)

Sordi mantenne un sostanziale riserbo in materia di idee politiche, pur essendo stato avvicinato alla Democrazia Cristiana, partito per cui dichiarò di aver votato almeno una volta. Tale associazione fu attribuita anche alla sua amicizia personale con Giulio Andreotti, il quale fece una breve apparizione nel film “Il tassinaro” e in onore del quale Sordi partecipò a una celebrazione dei 40 anni di attività politica, tenutasi presso il teatro Adriano di Roma. Vi furono inoltre alcuni tentativi non concretizzati da parte di tale partito di coinvolgerlo politicamente (gli fu offerta la candidatura a sindaco negli anni ’50 e di divenire capolista nel 1989). Sordi stesso riferì di un’altra proposta di entrare in politica da parte di un imprecisato leader della destra, produttore di un suo film. Ancora nel 1996 si diffuse la voce secondo cui Sordi volesse candidarsi come primo cittadino di Roma, concorrendo così con Francesco Rutelli (fatto smentito dallo stesso Sordi in TV). Il giorno del suo ottantesimo compleanno, il 15 giugno 2000, Rutelli, nel frattempo eletto, gli cedette comunque, simbolicamente, la fascia tricolore, nominandolo sindaco onorario per un giorno come tributo a uno dei cittadini più illustri.

In tema di passione calcistica non fece mai mistero di essere un grande tifoso della Roma, non mancando di far trasparire questa sua passione in alcuni film.

Filantropia
«Alberto passava per avaro perché così poteva sembrare dal suo comportamento. Una volta gliene chiesi il perché. Lui mi rispose: “Vedi, io sono stato arricchito dalla povera gente che faceva sacrifici per venire a vedere i miei film, per questo mi sarebbe sembrato di offenderli se avessi ostentato la mia ricchezza”.» (Conversazione tra Giancarlo Governi e Alberto Sordi, come riportato dall’autore, cfr. Governi, Alberto Sordi – storia di un italiano, op.cit.)

In ambito pubblico circolarono frequenti dicerie riguardo a una presunta avarizia attribuita ad Alberto Sordi (che egli non si curò mai di smentire), talvolta rafforzate dal suo stile di vita sobrio e riservato, per nulla incline agli eccessi tipici di una certa parte del mondo dello spettacolo. In privato, tuttavia, Sordi si distinse per un impegno costante e discreto in opere di beneficenza e filantropia. Le sue iniziative, rivolte sia a individui che a enti, beneficiarono istituti religiosi, case di riposo per anziani, ricoveri per animali e orfanotrofi, testimoniando una generosità che preferì mantenere lontana dai riflettori.

Con l’avanzare dell’età, maturò una particolare sensibilità alle difficoltà che gli anziani, nella società attuale, si trovano ad affrontare, concretizzando quest’attenzione nella costituzione e nella Presidenza onoraria dell’eponima Fondazione Alberto Sordi, nel 1992. La fondazione persegue obiettivi di pubblica utilità nei settori della formazione, dell’assistenza socio-sanitaria e la qualità di vita in età senile. Contribuì alle strutture necessarie a questo obiettivo donando un terreno di sua proprietà in località Trigoria, che venne usato per la costruzione di una parte dell’Università Campus Bio-Medico, comprendente un Centro per la Salute dell’Anziano e un Centro Diurno Anziani Fragili.

Nel 2001 costituì la Fondazione Alberto Sordi per i giovani, con l’obiettivo di promuovere iniziative connesse all’istruzione, alla formazione culturale e all’inserimento nel mondo del lavoro di giovani disagiati.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *