
L’analisi di come la commedia affrontava il tema dell’emigrazione interna (dal Sud al Nord)
Il tema dell’emigrazione interna dal Sud rurale al Nord industrializzato (il cosiddetto “triangolo industriale” Milano-Torino-Genova) è stato uno dei bivi storici più drammatici dell’Italia degli anni ’60.
Se il cinema drammatico lo ha raccontato con i toni tragici di Visconti (Rocco e i suoi fratelli), la Commedia all’italiana ha saputo usarlo per mettere a nudo lo shock culturale, il razzismo interno e la perdita d’identità dei milioni di italiani che si spostavano in cerca di lavoro.
Ecco come il genere ha affrontato questo strappo sociale.
La valigia di cartone e la catena di montaggio: Il trauma del viaggio
La commedia non ha edulcorato l’emigrazione. Ha mostrato lo scontro violento tra due Italie: quella arcaica, contadina e legata all’onore del Meridione, e quella frenetica, tecnologica, fredda e capitalista del Settentrione.
I registi della commedia hanno isolato tre grandi filoni narrativi per raccontare questo fenomeno.
1. Lo shock culturale e la perdita d’identità
Il migrante della commedia è un individuo perennemente fuori posto. Arriva al Nord carico di aspettative, ma si scontra con una realtà ostile che gli richiede di cancellare le proprie origini per essere accettato.
• Il film manifesto: Teresa la ladra (1973) di Carlo Di Palma, ma soprattutto Riusciranno i nostri eroi… (1968) di Ettore Scola, mostrano questa alienazione. Tuttavia, il ritratto più devastante e comico è in Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata (1971) di Luigi Zampa. Qui l’emigrazione raddoppia (verso l’estero), mostrando come la disperazione unisca italiani del Sud costretti a inventarsi una vita altrove, aggrappandosi a vecchi stereotipi pur di non impazzire.
2. Il “Razzismo” interno e i pregiudizi
La commedia ha documentato senza filtri l’ostilità del Nord verso i meridionali, i cartelli nei condomini che recitavano “Non si affitta ai meridionali” e lo sfruttamento lavorativo.
• Il film manifesto: Tre passi nel delirio (nell’episodio di Mario Monicelli) o le dinamiche di Venga a prendere il caffè da noi (1970) mostrano i tic della borghesia settentrionale. Ma è in Il prof. dott. Guido Tersilli… e in generale nei film di Alberto Sordi che emerge il cinismo strisciante: il meridionale viene visto o come forza lavoro a basso costo o come un “corpo estraneo” rumoroso e arretrato da civilizzare.
3. L’ossessione del riscatto sociale: Il mito di Torino e Milano
La fabbrica (la FIAT a Torino o le industrie milanesi) diventa la nuova “Terra Promessa”. I protagonisti della commedia sono disposti a subire qualsiasi umiliazione pur di ottenere il benessere materiale: la televisione, l’automobile, l’appartamento in un palazzone di periferia.
Due capolavori assoluti sul tema
Per capire come la commedia abbia trattato l’emigrazione interna, bisogna analizzare due pellicole fondamentali:
1. Il parrucchiere della Fiat (e la filmografia di Pasquale Festa Campanile/Lina Wertmüller)
Anche se spesso ascritto alla commedia grottesca, il cinema di Lina Wertmüller (pensa a Mimì metallurgico ferito nell’onore, 1972) usa Giancarlo Giannini per mostrare il meridionale che si trasferisce a Torino. Mimì diventa un operaio della FIAT, scopre i sindacati, ma rimane tragicamente intrappolato nelle sue ossessioni meridionali (la gelosia, l’onore, il gallismo). La Wertmüller dimostra che il Nord cambia l’ambiente lavorativo dell’emigrante, ma non riesce a scalfirne facilmente la struttura psicologica profonda.
2. I magliari (1959) di Francesco Rosi
Pur essendo alle origini del genere e virando molto sul drammatico, questo film con Alberto Sordi e Renato Salvatori mostra la criminalità e la disperazione dei lavoratori italiani all’estero (in Germania), specchio esatto di quello che accadeva nelle periferie milanesi. Sordi interpreta il faccendiere romano che sfrutta i suoi stessi connazionali, dimostrando che la solidarietà tra migranti spesso cedeva il passo alla lotta per la sopravvivenza.
Tabella: I contrasti geografici della Commedia

La morale della Commedia: un’integrazione a caro prezzo
La Commedia all’italiana ci dice che l’emigrazione interna è stata un successo economico ma un fallimento culturale. Il migrante riesce quasi sempre a ottenere i beni di consumo che desiderava (l’utilitaria, la lavatrice), ma paga questo benessere con la solitudine, lo sradicamento e l’accettazione di una scala sociale che lo vede sempre all’ultimo gradino. Ridere di queste situazioni era, per il pubblico dell’epoca (composto in gran parte da quegli stessi migranti), un modo per esorcizzare il dolore del distacco e la fatica dell’integrazione.




















