INDIANA JONES E IL TEMPIO MALEDETTO

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DATI FILMOGRAFICI

Titolo originale: INDIANA JONES AND THE TEMPLE OF DOOM
Lingua originale: INGLESE
Paese di produzione: USA
Anno: 1984
Durata: 119 min.
Regia: STEVEN SPIELBERG
Genere: AVVENTURA, AZIONE, FANTASTICO
Streaming: NETFLIX

Giudizio: 70/100

TRAMA

Nel 1935 Indiana Jones sopravvive a un tentativo di omicidio per avvelenamento da parte di Lao Che, un boss del crimine e uomo d’affari di Shanghai che lo ha assunto per recuperare i resti dell’imperatore Nurhaci. Con il suo giovane aiutante cinese orfano, Short “Shorty” Round, e una cantante di nightclub, Willie Scott, Indy fugge da Shanghai su un aereo cargo, ignaro che l’aereo è di proprietà di Lao Che. Mentre i tre dormono, i piloti scaricano il carburante e scappano con i paracadute, lasciando che l’aereo si schianti sull’Himalaya. I tre riescono a sopravvivere saltando fuori dall’aereo su un canotto gonfiabile.

Vengono accolti dagli abitanti di un villaggio indiano ridotto in miseria, che chiedono il loro aiuto per recuperare la pietra sacra (shivalinga) rubata dal loro santuario, insieme ai loro figli scomparsi, dalle forze del male nel vicino Palazzo di Pankot. Gli abitanti avevano pregato il dio Siva di ricevere aiuto, e quando vedono Jones lo credono il loro salvatore. Indy accetta di farlo, ipotizzando che la pietra rubata sia una delle cinque pietre di Sankara date dagli dei per aiutare l’umanità a combattere il male.

Deviando sulla strada per Delhi, Indy, Willy e Shorty ricevono un caloroso benvenuto al Palazzo di Pankot e possono rimanere per la notte come ospiti, partecipando a un sontuoso, ma rivoltante, banchetto offerto dal giovane maharajah. I suoi funzionari respingono la teoria di Indy secondo cui il culto della setta Thuggee è responsabile della sorte del povero villaggio. Nella notte, Indy viene attaccato nella sua stanza da un assassino. Dopo averlo ucciso, scopre una galleria segreta nella camera da letto di Willie e si propone di esplorarla, superando una serie di trabocchetti. Alla fine Indy, Willie e Shorty trovano il Tempio del Male, dove assistono a un sacrificio umano fatto in nome della dea Kālī.

I tre scoprono che i Thug ora possiedono tre pietre di Sankara e hanno ridotto in schiavitù i bambini per cercare le ultime due, nascoste nelle catacombe del palazzo. Mentre Indy cerca di recuperare le pietre, lui, Willie e Shorty vengono catturati. Il sommo sacerdote Thuggee Mola Ram costringe Indy a bere il sangue di Kali, che lo mette in uno stato di trance in cui serve irragionevolmente il culto. Willie sta per essere sacrificata, ma Shorty fugge dalle miniere e torna al tempio, dove prima libera Indy e il maharajah dagli effetti della pozione bruciandoli con una torcia. Dopo aver recuperato le pietre, salvato Willie e liberato i bambini, Indy combatte contro un enorme sorvegliante, che viene trascinato in un frantoio, morendo schiacciato.

I tre scappano attraverso i binari della miniera e riescono a malapena a sfuggire al tentativo di Mola Ram di ucciderli causando un’inondazione. Poi giungono su di un pericolante ponte sospeso sopra un fiume infestato dai coccodrilli, dove vengono circondati dai Thug. Indy taglia il ponte, facendo cadere molti Thug mentre lui, Shorty, Willie e Mola Ram si aggrappano. Mentre lotta con Mola Ram, Indy invoca il nome di Siva, facendo bruciare le pietre attraverso la sua borsa. Due pietre cadono e Mola Ram cerca di prendere la terza, ma si brucia la mano e cade venendo divorato dai coccodrilli, mentre Indy la afferra in sicurezza. Grazie all’intervento del capitano Blumburt e dell’esercito inviati dal maharajah, Jones, Willie e Shorty vengono salvati e i Thug sopravvissuti vengono messi alle strette e arrestati da altri soldati. I tre protagonisti restituiscono la pietra sacra e i bambini agli abitanti del villaggio.

RECENSIONE

“Indiana Jones e il tempio maledetto” (1984) è il capitolo più coraggioso, cupo e divisivo dell’intera saga creata da George Lucas e Steven Spielberg. Nato come un prequel ambientato nel 1935 (un anno prima de I predatori dell’arca perduta), il film abbandona i canoni classici del cinema d’avventura per addentrarsi nei territori dell’horror e del grottesco. Il risultato è un giro sulle montagne russe cinematografiche che, a distanza di decenni, continua a spaccare il pubblico tra chi lo considera l’anello debole e chi un cult imprescindibile.

Dopo una rocambolesca fuga da Shanghai insieme alla viziata cantante di night club Willie Scott (Kate Capshaw) e al fedele ragazzino Short Round (un memorabile Ke Huy Quan), Indiana Jones (Harrison Ford) si ritrova in India. Qui, una tribù disperata gli chiede di recuperare una pietra sacra rubata e di liberare i loro bambini, rapiti dalla diabolica setta dei Thuggee. Le tracce conducono al palazzo di Pankot, nei cui sotterranei si consumano sacrifici umani in onore della dea Kali.

L’estetica dark e la svolta horror (il cuore strappato, il sangue di Kali) sono audaci e memorabili. Spesso giudicato troppo cruento, sadico e distante dal sapore classico del primo capitolo. Ke Huy Quan (Shorty) offre una spalla comica e d’azione straordinaria, anticipando i Goonies. Il personaggio di Willie Scott è marcatamente stereotipato, ridotto a troppe urla e capricci.
La regia di Spielberg è una lezione di cinema: dinamica, frenetica e senza un attimo di sosta. La totale assenza dei nazisti toglie quel peso storico e quella solennità visti negli altri capitoli.

La vera forza del film risiede nella sua natura anarchica. Influenzato da un periodo personale cupo vissuto da George Lucas (all’epoca alle prese con un difficile divorzio), la pellicola spinge l’acceleratore sul macabro. Sequenze come il banchetto a base di cervelli di scimmia, la stanza invasa dagli insetti e il rito del sacerdote Mola Ram che strappa i cuori dal petto dei sacrificati sono entrate a pieno titolo nell’immaginario collettivo, tanto da spingere gli Stati Uniti a inventare una nuova classificazione censoria (il PG-13).
Spielberg compensa l’oscurità sotterranea con una messa in scena visivamente sbalorditiva. Il prologo musicale al Club Obi-Wan è un perfetto omaggio ai musical di Hollywood e ai film di James Bond; l’inseguimento sui carrelli da miniera e lo scontro finale sul ponte tibetano sospeso nel vuoto rimangono vette insuperate di coreografia d’azione e montaggio.
Harrison Ford, dal canto suo, delinea un Indiana Jones leggermente diverso: meno accademico e più rude “mercenario”, mosso inizialmente solo dalla ricerca di “fortuna e gloria”, prima di riscoprire la propria bussola morale di fronte alla schiavitù dei bambini.

Indiana Jones e il tempio maledetto non ha forse l’equilibrio perfetto del capostipite, ma resta un pezzo di cinema degli anni ’80 puro, viscerale e privo di freni inibitori. È un capitolo unico e sperimentale che preferisce rischiare l’eccesso piuttosto che clonare una formula vincente. Da rivedere e riscoprire, specialmente per apprezzare la straordinaria padroneria tecnica di uno Spielberg nel pieno delle sue forze creative.

POST SCRIPTUM

Dal film venne tratto nel 1985 il videogioco arcade Indiana Jones and the Temple of Doom, convertito anche per numerose piattaforme domestiche.

Del film è stata realizzata nel 1990 una parodia Disney dal titolo Paperinik e il tempio indiano, analogamente alla storia Paperinik e l’arca dimenticata che era ispirata al primo film della serie, I predatori dell’arca perduta.

Ecco una raccolta delle più incredibili e curiose storie dal retroscena di Indiana Jones e il tempio maledetto:

I nomi di ben tre personaggi principali derivano dagli animali domestici dei creatori:
• Indiana: George Lucas scelse questo nome in onore del suo amato Alaskan Malamute.
• Willie: Il personaggio della cantante interpretato da Kate Capshaw prese il nome dal Cocker Spaniel di Steven Spielberg.
• Short Round: Il piccolo aiutante fu battezzato come il cane dello sceneggiatore Willard Huyck.

Nella celebre scena della “stanza degli insetti”, l’attrice Kate Capshaw fu ricoperta da oltre duemila insetti veri (tra scarafaggi e vermi). Per riuscire ad affrontare le riprese e superare la fobia, l’attrice dovette assumere dei forti calmanti prima del ciak.

Durante le riprese in Sri Lanka, Harrison Ford subì una grave ernia al disco a causa di un’acrobazia. Fu costretto a rientrare d’urgenza a Los Angeles per operarsi. Per non interrompere la produzione, Spielberg girò gran parte delle scene d’azione di spalle o in penombra usando lo stuntman Vic Armstrong, la cui somiglianza fisica con Ford era talmente impressionante che persino la troupe li confondeva sul set.

D.R. Nanayakkara, l’attore che interpreta l’anziano sciamano del villaggio indiano, non conosceva una sola parola di inglese. Recitò le sue battute ripetendo foneticamente ciò che Steven Spielberg gli sussurrava da dietro la telecamera. Le lunghe pause drammatiche nei suoi discorsi nel film sono in realtà i momenti in cui l’attore aspettava il suggerimento del regista.

All’inizio del film a Shanghai, la fuga di Indiana Jones avviene all’uscita di un elegante locale notturno. L’insegna luminosa del night club riporta chiaramente il nome “Club Obi Wan”, un palese e divertente omaggio al leggendario maestro Jedi di Guerre stellari, saga creata dall’amico e produttore George Lucas.

Durante il disgustoso banchetto a palazzo Pankot, il “cervello di scimmia semifreddo” servito direttamente dentro la calotta cranica dell’animale era in realtà una miscela molto più appetibile di crema pasticcera e salsa di lamponi.

Il ponte sospeso della spettacolare battaglia finale venne costruito realmente a un’altezza di centinaia di metri sopra una gola in Sri Lanka. Soffrendo di vertigini, Steven Spielberg si rifiutò categoricamente di attraversarlo a piedi, preferendo ogni volta fare un giro in auto di un chilometro e mezzo per passare da un lato all’altro del set. Al contrario, Harrison Ford non aveva alcuna paura e lo attraversava correndo a tutta velocità.


INTERPRETI E PERSONAGGI

Harrison Ford: Indiana Jones
Kate Capshaw: Wilhelmina “Willie” Scott
Ke Huy Quan: Short Round
Amrish Puri: Mola Ram
D.R. Nanayakkara: Marhan, sciamano del villaggio
Raj Singh: marahaja Zalim Singh
Roshan Seth: Chattar Lal
Philip Stone: Philip Blumburtt
Roy Chiao: Lao Che
Dan Aykroyd: Weber

GALLERIA FOTOGRAFICA

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